I NOSTRI NUOVI COMPORTAMENTI NEGLI SPAZI

di Alessandro Franceschini

Il «distanziamento sociale» è un mantra che sentiamo ripetere dai media locali e nazionali dall’inizio della pandemia. Nella pratica, significa mantenere una congrua distanza dall’altro, per evitare di contagiare – o di essere contagiati – dal «coronavirus», agente patogeno che, com’è noto, si diffonde tra gli individui attraverso delle micro gocce che respiriamo nell’aria.
Questa apparente banalità ovvero «distanziarsi» per almeno un metro l’uno dall’altro può avere tuttavia degli effetti importanti nel nostro modo di vivere. Facciamoci caso: oggi percepiamo la presenza delle altre persone come improvvisamente ingombrante se non pericolosa; se siamo al chiuso la dimensione spaziale diventa un elemento fondamentale di qualità del vissuto: spazi piccoli e compressi appaiono oggi improvvisamente invivibili. Ma anche il tempo percepito sembra più o meno dilatato a seconda del grado di affollamento e dell’ampiezza dello spazio a disposizione. Si tratta di una «nuova» percezione, capace di mettere in discussione le modalità con cui ci relazioniamo agli altri, norme studiate da quel sapere divenuto famoso negli anni Sessanta con il nome di «Prossemica». La Prossemica come scienza è stata codificata grazie agli studi di Edward T. Hall, un ricercatore che, per primo, mise in relazione gli automatismi comportamentali con l’uso dello spazio attorno all’uomo, arrivando a dimostrare come i sistemi culturali possano influenzare l’uso dello spazio e come tale uso influenzi, a sua volta, la comunicazione fra le persone. Quello compiuto da Hall nel suo libro più famoso – «La dimensione nascosta», dato alle stampe nel 1968 – è un tentativo di creare una vera e propria semiologia dello spazio, considerando l’uso della spazialità come un imprescindibile canale di comunicazione. Gli studi di questo antropologo statunitense furono il contributo più alto nel dimostrare il modo in cui gli esseri umani percepiscano, strutturino, vivano gli spazi che li circondano, senza dimenticare il modo in cui l’ambiente tende ad influenzare sia i comportamenti che le interazioni tra persone.

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Tutto questo prima del «coronavirus», naturalmente. Sì, perché quella che Hall definisce la «distanza sociale» – una distanza che varia da specie a specie ma che nel comportamento umano dentro lo spazio naturale e sociale nasconde un naturale bisogno di contatto, essenziale per la vita dell’uomo – è destinata a cambiare profondamente. Quel «limite psicologico», insomma, quella «fascia nascosta – per usare parole dell’antropologo – che tiene insieme il gruppo», deve essere oggi rimodulata alla luce dei nuovi comportamenti che siamo stati invitati a mantenere e che ci stanno cambiando proprio nella percezione dell’altro.

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Nella città post-pandemia, allora, la percezione dello spazio potrà essere radicalmente diversa. Soprattutto nelle interazioni con l’altro che, proprio a causa di una martellante campagna di sensibilizzazione che si è inculcata dentro le nostre abitudini, risente del modo in cui i nostri sensi si relazionano allo spazio che ci circonda.Il progetto dello spazio di vita – dalle abitazioni ai luoghi pubblici – dovrà essere al centro di una profonda discussione, finalizzata ad un loro adattamento al nuovo modo di interagire tra noi, gli altri e lo spazio che ci circonda. Con una novità: per la prima volta, le «distanze sociali» non dipenderanno più da una sensibilità culturalmente acquisita – ad esempio, un anglosassone vive in un sistema di rapporti spaziali diversi da quelli nei quali vive un arabo – ma saranno soggette alla presenza di un fattore «esterno» molto concreto – come il Coronavirus – capace di alterare le distanze tra le persone e, naturalmente, l’uso dello spazio pubblico e privato. Un presupposto imprescindibile per progettare al meglio la città dei prossimi anni.

Pubblicato su Trentino del Mercoledì 26 maggio_2020

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Europa Verde Trento

Redazione del gruppo Europa Verde Trento

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