IL VERDE CONTRO TUTTI I VIRUS

di Alessandro Franceschini

Se guardiamo alla Grande pandemia con occhio disincantato, il virus che ha travolto il mondo negli ultimi cento giorni può diven-tare la scintilla utile per innescare un passaggio epocale, diventando un «acceleratore di processi», in grado di dare l’impulso decisivo alla «svolta ecologica» di cui il nostro mondo ha tanto bisogno. Per raggiungere questo obiettivo, uno dei settori progettuali su cui occorre lavorare è sicuramente quello della «forestazione», ovvero dell’aumento del verde diffuso dentro tutti i livelli dell’antropizzazione del territorio. Le immagini satellitari della Pianura padana, già all’indomani del lock down, liberata miracolosamente dalla grande cappa d’inquinanti atmosferici che solitamente la interessano, è stato l’indicatore più evidente di come il nostro pianeta sia un organismo dinamico a tutti gli effetti, dentro al quale un ruolo strategico è rivestito dalle piante e dalla vegetazione. Gli alberi sono dei dispositivi straordinari, degli ossigenatori naturali in grado di «pulire», con decorso immediato, tonnellate di aria inquinata al giorno, come delle straordinarie macchine al servizio della vita.

Ma non basta: l’albero, a ben pensarci, è diventato uno degli «oggetti dei desideri» durante i giorni della quarantena. E non solo per la sua capacità di darci ossigeno vitale, ma anche per i significati simbolici che sono ad esso legati: gli alberi sono creature in grado di dare felicità, quiete, gioia, anche con la loro semplice e muta presenza. L’albero e la sua cura all’interno dello spazio urbano, allora, devono diventare una delle priorità progettuali nella nuova epoca post-pandemica. Con una consapevolezza: il tema non riguarda tanto le «aree interne» del nostro Paese, in cui il processo di aumento dei boschi è, al contrario, un problema legato all’abbandono delle montagne da parte dell’uomo (si pensi, ad esempio, che la superficie di foreste in Italia, negli ultimi cinquant’anni, è più che raddoppiata), ma le «aree urbane e periurbane», dove gli alberi sono diventati una vera e propria rarità dentro un contesto di grande importanza: molti studi, infatti, sostengono che entro il 2050 i due/terzi della popolazione mondiale vivrà in città. In questo senso, il «Bosco verticale», ovvero l’iconico edificio dell’architetto Stefano Boeri a Milano, rappresenta in maniera emblematica la direzione verso cui dobbiamo tendere.

I nostri edifici dovranno avere grandi balconi capaci di ospitare vere e proprie piccole «foreste» casalinghe: una dotazione ecologica privata in grado di assolvere a più funzioni: ossigena-re e raffrescare l’aria; dare piacere a chi la contempla, offrire un rifugio verde alla bisogna e nel caso di una – speriamo lungi dal venire – nuova fase di lock down. Trento potrebbe diventare un laboratorio anche in questa direzione: proprio perché da noi la natura è di casa, questa do-tazione andrebbe ulteriormente «stressata», facendo entrare i processi ecologici in tutte le dimensioni dell’essere in città: non solo nell’abitare, ma anche nelle funzioni del «lavorare» e del «ricrearsi». Segmentano, ad esempio, la grande impronta urbana della città (che oggi, va dal sobborgo di Mattarello alle aree produttive di Lavìs) in tante «cortine verdi», aree a parco, comparti agricoli e corridoi ecologici capaci di circondare le «isole» dell’arcipelago in cui è costituito il nostro capoluogo.

Un’idea che potrebbe trasformarsi anche uno splendido programma amministrativo: Trento? Trento sarà una città-natura.

Pubblicato su Trentino del Martedì 16 giugno_2020

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Europa Verde Trento

Redazione del gruppo Europa Verde Trento

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