VIRUS, COSÌ CAMBIA LO SPAZIO PUBBLICO

di Alessandro Franceschini

Quali potranno essere gli effetti della crisi sanitaria in atto sull’evoluzione dell’uso dello spazio urbano? Mentre una inaudita fase emergenziale sta timidamente volgendo al termine si apre lo spazio per una seria riflessione su quella che potrebbe essere una nuova possibile riconfigurazione dello spazio pubblico delle nostre città. Le città storiche, com’è noto, sono costituite essenzialmente da spazio pubblico.

Fin dalla loro comparsa sulla faccia della Terra, diecimila anni fa, esse si sono poste l’obiettivo di essere lo spazio della vita comunitaria. Dentro le mura che proteggevano i primi organismi urbani, le comunità umane hanno iniziato ad organizzarsi in maniera diversa rispetto allo spazio rurale, mitico e millenario che avevano sempre abitato: lo spazio privato, famigliare, segreto della vita rurale ha ceduto il passo allo spazio pubblico della vita urbana: con l’obiettivo di assicurare inedite pratiche collettive: lo scambio commerciale e la difesa militare in un primo tempo; la promozione di altre fondamentali funzioni pubbliche – la pratica del governo politico, la celebrazione dei riti religiosi, l’esercizio della giustizia, la promozione dell’istruzione – in un secondo tempo.

Le città si sono quindi organizzate attorno ad edifici e luoghi pubblici, dando forma alla straordinaria conformazione di spazi collettivi della città storica: piazze, piazzette, slarghi, incroci; ma anche palazzi, chiese, edifici dedicati alla vita comunitaria.

L’Enigma dell’arrivo e del pomeriggio – Giorgio de Chirico

Ma proprio la «vita collettiva» è una delle pratiche umane fortemente messa in crisi dall’arrivo, dentro le nostre città, del «coronavirus». Una visita, quella del Covid-19, che non è solo momentanea: per il prossimo periodo – ci dicono i virologhi e ci spiegano gli epidemiologi – dovremo convivere con questo sgradito ospite, stando molto attenti agli assembramenti e ai contatti sociali, dentro i quali il patogeno virale si diffonde con maggiore rapidità.

E questo sembra contrastare inevitabilmente con la dimensione urbana, che trova proprio nella «densità» – di edifici, di funzioni, di persone – una delle cifre della sua esistenza. Tuttavia, prima ancora di pensare a sistemi di controllo sociale supportati dalla moderna tecnologia, forse potrebbe essere più utile riflette sulle modalità con cui la città fisica possa essere trasformata e adeguata alle nuove sensibilità.

Una delle soluzioni da promuovere nell’immediato potrebbe essere quella di cambiare radicalmente il modo di fare commercio e il modo di fare ristorazione dentro le città. Promuovendo maggiormente una naturale modalità di messa in sicurezza rispetto alla trasmissione del virus: l’aria aperta. Proiettando, di conseguenza, verso l’esterno una serie di attività che oggi si svolgono al coperto ma che non devono essere necessariamente legate esclusivamente agli spazi interni. Parte del commercio e buona parte della ristorazione potrebbero trovare ospitalità nelle strade cittadine, accelerando quel processo di espulsione del traffico dal centro storico da tempo invocato da molte parti. Riflettendo in particolare sulla città di Trento: perché non approfittare dell’urgenza di riattivare il commercio in città ripensando globalmente la fruizione del contro storico e trasformando il «Giro al Sas» in una grande area pedonalizzata, vietata a tutti motori, dove strade, marciapiedi, slarghi, piazze e piazzuole possano diventare un grande spazio a servizio del commercio e della ristorazione? Ecco: la contingenza di queste settimane potrebbe diventare una straordinaria occasione per rivedere, al meglio, questi spazi della città. Una trasformazione «temporanea», implementata sull’onda dell’emergenza ma nel segno della qualità urbana che, anche quando risultasse conclusa l’attuale paura del contagio – ne sono sicuro – non ci rifarebbe più tornare indietro.

Alessandro Franceschini

Pubblicato su Trentino del Martedì 5 maggio_2020

Verso una buona sanità territoriale

di Renata Attolini

Covid19 ha drammaticamente messo in evidenza le pecche di un sistema sanitario pubblico provato pesantemente dalla riduzione continua di risorse umane ed economiche, che ha colpito le strutture ospedaliere, ma che ha anche drasticamente ridotto la medicina del territorio.

In questi mesi, con gli ospedali in emergenza, senza posti in terapia intensiva e con il personale ridotto allo stremo da turni massacranti, avremmo dovuto capire che questo, come sicuramente altri, è un virus al quale non si può permettere di arrivare in ospedale.

Dovremo quindi preoccuparci, per il futuro, di tutelare la salute pubblica sul territorio. Ogni provincia, e a maggior ragione la provincia autonoma di Trento, dovrà analizzare la situazione locale per definire piani sanità che mettano in atto strutture in grado di fare da filtro e ridurre il ricorso agli ospedali ai soli casi urgenti e complicati.

Purtroppo, fin qui, non è stato così. Nella nostra provincia, il piano sanitario della precedente giunta provinciale ha dato il via ad una serie di riduzioni di personale e chiusura di reparti e servizi in strutture periferiche.

Siamo consapevoli che le nuove frontiere della medicina richiedono investimenti corposi in macchinari sempre aggiornati e in personale adeguatamente formato. Ne consegue la necessità di concentrare centralmente (a Trento nel nostro caso) tali dotazioni, realizzando un ospedale super-accessoriato e preparato ad affrontare diagnostiche e cure all’avanguardia.

Siamo anche pronti a comprendere ed accogliere le ragioni, soprattutto cliniche, che evidenziano rischi sanitari correlati alla modesta attività numerica e alla conseguente ridotta esperienza degli operatori.

AgustaWestland AW139 a Trento – Luca Lorenzi

Ma, c’è un ma: il Trentino è una regione montuosa e non si possono sottovalutate questioni di tipo logistico, di viabilità, su un territorio montano complesso, che accresce le criticità durante le stagioni turistiche invernali ed estive, quando le strade delle valli sono ingolfate di traffico. Un piano che preveda la chiusura degli ospedali periferici sostituibili con un ospedale superspecializato e superaccessoriato nel capoluogo, deve prevedere una soluzione in termini di mobilità, pena la creazione di notevoli problemi per le popolazioni delle valli più lontane e/o impervie. E non è certo cosa da poco.

Va inoltre considerato che gli ospedali di valle garantiscono alla popolazione la prossimità ai servizi di base e svolgono un ruolo rassicurante per il cittadino, che, generalmente, preferisce essere curato ed assistito vicino a casa, dove trova giovamento dal senso di appartenenza, dalla tranquillità del sentirsi parte della comunità. La centralizzazione quindi dovrebbe riguardare solo tecnologie diagnostiche avanzate e operazioni impegnative ma programmabili; per tutte le altre possibili “opzioni” gli ospedali di valle devono essere dotati di personale ed attrezzature adeguate, anche se questa scelta richiede investimenti di non poco conto.

Se quello che preoccupa è davvero la funzionalità degli ospedali periferici, se ciò che conta veramente per la pubblica amministrazione locale sono la salute e il benessere dei cittadini, non si possono fare scelte dettate solo da criteri di risparmio immediato, senza prospettive di lungo respiro.

Si potrebbe ipotizzare un modello provinciale dove, accanto ad alcuni ospedali di riferimento che abbiano tutte le specialità ed un’alta qualità, convivessero ospedali territoriali efficienti nelle branche di base, come la medicina, la chirurgia generale ed il pronto soccorso, e strutture ambulatoriali che sappiano fare uno screening dei casi nel campo della cardiologia, della nefrologia, ematologia, e altro ancora. Nel caso dell’ostetricia, ad esempio, le strutture, modulate sul numero delle gravidanze da seguire nel territorio, dovrebbero essere in grado portare a termine le gravidanze fisiologiche e depistare quelle patologiche verso il centro di riferimento centralizzato. Infine, se per il personale è importante praticare un certo numero di casi per poter essere all’altezza di affrontare la situazione, si potrebbe prevedere una rotazione periodica tra ospedale centrale ed ospedali periferici o opportuni stage formativi in strutture all’avanguardia.

Un’ultima ma non meno importante questione da affrontare è quella di valutare i modi più efficaci per fare prevenzione e, in caso di malattia, per ridurre le complicazioni mediche, risultato che, automaticamente, porterebbe con sé una riduzione della spesa sia per le famiglie che per la società.

Si tratta di affrontare con decisione le possibili cause ambientali nell’aumento dei casi di molte patologie. Bisogna individuare e combattere i fattori che concorrono a fare del Trentino una provincia con un’elevata percentuale di tumori: pensiamo al traffico, ma anche all’uso di fitofarmaci in agricoltura e alla presenza di siti a rischio (in testa ex Carbochimica ed ex Sloi). Si deve provvedere a correggere gli stili di vita, che si sono rilevati dannosi per la formazione di tumori e patologie cardiovascolari, ma anche per lo sviluppo di forme depressione e di sofferenze psicologiche di vario genere.

A fronte di tutto questo, non possiamo dimenticare che esistono fattori di disuguaglianza sociale che incidono pesantemente anche sulla salute, ai quali è indispensabile porre rimedio, ad esempio dotando ciascuno di una abitazione adeguata, organizzando forme di sostegno domiciliare e strutture protettive nei quartieri, rivalutando l’importante ruolo del medico di base, fornendo servizi che possono contribuire almeno parzialmente a sanare l’ingiustizia di una iniqua distribuzione del reddito.

La Scuola in caso di emergenza

di Renata Attolini

La Terra ci ha dato segnali inequivocabili della sua impossibilità di reggere le
conseguenze della smania di espansione di un’umanità frenetica. Malgrado ciò
non ci hanno fermato le tempeste di vento, né gli incendi devastanti; lo scioglimento dei ghiacciai né l’aumento della desertificazione; le acque inquinate
da plastica e prodotti chimici e nemmeno l’aria resa irrespirabile.
Ora il COVID-19 ci sta dimostrando come le nostre vite possano cambiare
radicalmente in poco tempo e ci impone uno stop, con lo spauracchio del contagio universale, della morte, della paura. Ci chiede di tornare a prestare attenzione a tutto ciò che ci circonda e che abbiamo modificato per perseguire un benessere fittizio ed effimero.
Invece di lasciarci dominare dalla paura e disegnare scenari apocalittici, potremmo cogliere l’occasione per ascoltare la paura, valorizzarla e utilizzarla per
dare alla nostra vita un obiettivo diverso, quello di produrre processi di cambiamento in grado di riconciliare gli esseri umani tra loro e con gli altri esseri
umani, con la natura e con il proprio ambiente di vita, con le attività produttive, con i nostri stili di vita.
“Io mi prendo cura” dovrebbe diventare la linea guida di ogni azione umana e
dell’agire politico, di una politica a cui i giovani potrebbero tornare a guardare con
interesse.
Chi se non la scuola può e deve essere una risorsa fondamentale per riavvicinare
i cittadini alle istituzioni in ottica di democrazia partecipata, condivisione delle
responsabilità, alla politica intesa come servizio e come impegno sociale per la
collettività? La scuola può educare i futuri cittadini alla conoscenza e alla
sperimentazione delle regole del gioco democratico per saper, un domani,
operare delle scelte consapevoli, critiche, senza pregiudizi, evitando di lasciarsi
condizionare da falsi valori; può far comprendere che fare politica è occuparsi con
cura di ciò che ci è più vicino (gli affetti, l’ambiente, la cultura, gli spazi pubblici),
cambiando anche le nostre abitudini quotidiane.
Per fare questo non può semplicemente aggiungersi ad una serie casuale di
opportunità di conoscenza, deve piuttosto intervenire a mettere ordine tra la
pluralità di stimoli che l’alunno ha già incontrato. Il ragazzo della ragione, che
possiede le grammatiche logico-linguistiche di base (sapere); imposta con
chiarezza le questioni di indagine, le ipotesi e le possibili soluzioni (saper fare); sa
riflettere sulle conoscenze per organizzarle e renderle funzionali (saper essere), si forma togliendo casualità all’esperienza, dando significato a quanto è stato
acquisito.

(U.S. Air Force photo/Staff Sgt. R.J. Biermann) Aviano

Si tratta di un modo diverso di fare scuola, in cui il laboratorio diventa centrale in
un’accezione diversa rispetto a quella che siamo soliti attribuire a questo termine:
“laboratorio” è qualunque situazione in cui l’alunno affronta una situazione
problematica, si impadronisce degli strumenti della ricerca e li utilizza per
risolverla, nei tempi e con gli spazi adeguati.
Sebbene sia indiscutibile che l’istruzione sia un diritto collettivo che può essere
garantito esclusivamente nella scuola pubblica e che la politica scolastica sia di competenza statale e provinciale, è importante che l’amministrazione comunale
contribuisca in maniera sostanziale, con gli strumenti che le sono propri, ad un
progetto di scuola laboratoriale.

Una maggior disponibilità di risorse da parte dell’amministrazione comunale,
potrebbe contribuire ad una diversa politica scolastica, in grado di rispondere alle
esigenze delle famiglie attuali:
• tempi più distesi e spazi opportuni faciliterebbero rapporti collaborativi tra le
diverse “categorie” di utenti, fino alla costituzione di associazioni di insegnati e
genitori, in grado di cooperare fattivamente a progetti formativi, da esperienze
strettamente scolastiche (orto, teatro, uscite formative, …) alla soluzione di
problemi di ordine pratico, come l’accompagnamento nel percorso casa/scuola
e la vigilanza attiva durante l’anticipo e/o il posticipo, all’offerta di corsi per gli
adulti. L’amministrazione comunale poterebbe promuovere la realizzazione di
queste associazioni, raccoglierle in un registro e sostenere le loro attività con
risorse economiche e/o umane;
• una riorganizzazione degli edifici scolatici potrebbe realizzare spazi per
favorire le attività di laboratorio, ma, soprattutto, inserirsi nel riordinamento
dell’attuale struttura urbana, localizzando le scuole di quartiere in modo da
facilitare i genitori e sostenere eventuali iniziative autogestite di
accompagnamento e vigilanza dei minori nella scuola dall’obbligo;
• dentro un concetto di scuola come luogo di crescita a 360°, il Comune
dovrebbe aprire gli edifici a tutte le esperienze vive esterne di volontariato,
come struttura/attrezzatura collettiva e luogo di socializzazione. Allo scopo
andrebbero semplificate le pratiche per l’utilizzo degli edifici per attività extra
scolastiche, che il comune garantisce anche ora, ma ponendo grosse difficoltà
burocratiche per l’accesso alle strutture;
• nel contempo si dovrebbero supportare le scuole in esperienze che
consentano di far entrare il territorio nella realtà scolastica per educare gli
studenti ad una risposta responsabile ai bisogna della città, collaborando, ad
esempio, con il servizio parchi e giardini e/o con altri servizi che si occupano
della struttura urbana e della cura dei beni comuni.
Oggi, infine, l’emergenza corona virus ci ha insegnato un’altra cosa, ossia che la
tanto vituperata rete, che distraeva i ragazzi impedendo loro di imparare, può
diventare uno strumento potentissimo per rimanere in contatto con alunni e
studenti, per leggere, scrivere, discutere, osservare, condividere, analizzare,
riflettere, trovare soluzioni…
Nessuno di noi vuole proporre l’eliminazione della scuola in presenza. Sappiamo
che la relazione è fondamentale nel percorso di apprendimento e che un buon
insegnante, oltre a conoscere la propria disciplina e le adeguate metodologie
didattiche, deve padroneggiare le strategie atte a creare il benessere a scuola,
perché la dimensioni nascoste dell’azione formativa (spazio, tempo, regole, canali
comunicativi, …) influiscono anche sul raggiungimento degli obiettivi disciplinari
del progetto formativo.

Ma dobbiamo essere consapevoli del fatto che il computer rappresenta una sintesi delle possibilità strumentali, comunicative e creative dei diversi sussidi che la scuola aveva a disposizione fino a pochi anni fa. Lo strumento riassume, per certi versi, la complessità del mondo della comunicazione e va inserito in un progetto educativo che ne definisca l’uso senza perdere di vista obiettivi fondamentali come quelli dell’acquisizione di conoscenze, di competenze e di capacità comunicative e che trasformi l’aula di informatica nel luogo dove la figura dell’insegnante perde centralità per diventare facilitatore della ricerca e della sperimentazione degli alunni.

L’amministrazione comunale deve quindi garantire a tutte le scuole di ogni ordine e grado l’utilizzo di tutti gli strumenti e le tecnologie che consentono alla scuola di  affrontare questa complessità con una sempre maggiore consapevolezza e preparazione.

Un cambio di passo per la città

di Jacopo Zannini

Negli ultimi decenni è cresciuta, in Italia, l’attenzione delle amministrazioni locali nei confronti della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali. Si stanno diffondendo forme innovative di democrazia partecipativa nelle scelte di governo del territorio e le proposte avanzate dai gruppi di cittadini stanno incidendo positivamente nei bilanci comunali. La partecipazione, se utilizzata come metodo effettivo, può produrre vero cambiamento, generare coesione sociale e risultare incisiva. È per questo che, fin da subito, mi sono trovato in sintonia con le dichiarazioni di Franco Ianeselli che recentemente rifletteva sulla necessità di potenziare il ruolo delle nostre Circoscrizioni trasformandole da piccoli consigli comunali, come diventano tutt’oggi, a spazi più partecipativi e aperti. L’obiettivo è riattivare una partecipazione che potrebbe riconnettere anche empaticamente l’amministrazione con gli abitanti, che in questi cinque anni in alcuni casi si sono sentiti poco coinvolti e ascoltati oppure sono rimasti spiazzati da scelte non condivise. Non si fraintenda, non è tutto da buttare e certe dinamiche sono state legate a una maggioranza molto sfilacciata che ha visto l’attuale sindaco in un difficile ruolo di “sarto” che ha cercato spesso, a volte anche con difficoltà, di tenere uniti i vari lembi della coalizione. In alcuni casi però forse è mancato anche
il coraggio e la voglia di sperimentare maggiormente e anche la capacità di slegarsi dalla forte influenza dei tecnici comunali su scelte che dovevano essere politiche. Per incentivare la partecipazione non servono scelte straordinarie ma azioni efficaci. Un elemento, molto importante è organizzare gli spazi giusti.

the council of trent - photo was August 28, 2005 at 15:52, Anthony M. from Rome, Italy
the council of trent – photo was August 28, 2005 at 15:52, Anthony M. from Rome, Italy

Gli spazi di assemblea non sono automaticamente spazi di partecipazione. Bisogna costruire ambienti in cui le persone abbiano desiderio di parlare, anche quelle che non sono abituate a farlo. Bisogna fare molti incontri, farli con persone diverse, mettere ognuno a proprio agio, spesso andare a cercare i propri interlocutori sul territorio magari organizzando eventi speciali nelle aree in cui i cittadini vivono. Bisogna dare coerenza a tutti questi incontri, riuscire a produrre, da tanti input diversi, un progetto coerente. Da una parte tutto questo processo comporta un grande impegno, anche in termini di tempo; dall’altra, dopo un certo periodo di confronto, bisogna anche mostrare dei risultati concreti. Vedere realizzate le proprie istanze serve a dare al cittadino una grande iniezione di fiducia sull’azione dell’amministrazione e aumenta il desiderio di restare ed esserne parte attiva. Ci vuole poi, da parte di chi organizza e segue questi processi, una conoscenza delle tecniche partecipative e che sia in grado di renderle dinamiche ed equilibrate, non piatte o preconfezionate; questo perché se da una parte si rischia di mettere in piedi un processo improvvisato e intuitivo, dall’altro una conoscenza troppo “didascalica” può portare ad applicare le tecniche in modo banale, modellistico, senza dare anima al processo.
Speriamo che questa prospettiva della partecipazione possa essere una delle tante sfide importanti che Franco Ianeselli e la sua futura giunta comunicale avranno l’opportunità di mettere in campo.

Cosa significa partecipazione

di Alessandro Franceschini

Che cosa significa partecipazione? O meglio: in quale modo i decisori pubblici (sindaci, amministratori, tecnici…) possono valorizzare il bisogno di partecipazione della cittadinanza fa-cendolo diventare il fonda-mento della politica urbanistica di una città? In uno solo modo, probabilmente: «rispettando gli altri – per citare Paulo Freire – abbastanza da ascoltarli molto oltre le parole che dicono».

La principale virtù che deve avere chi accetta la sfida di governare i processi di trasformazione urbano-territoriale, infatti, è proprio la capacità di ascolto. È dentro questo l’esercizio incessante dell’ascolto delle esigenze e delle aspirazioni degli abitanti di una città che è possibile scoprire le possibilità di futuro emergenti, le domande inespresse, le visioni collettive latenti: tutte opportunità che possono co-generare, se saggiamente orchestrate, strategie intelligenti di sviluppo di comunità. Si tratta di un esercizio faticoso e tutt’altro che semplice: perché non solo abbisogna di un canale empatico con l’interlocutore, ma anche di una capacità di fare sintesi e di saper cogliere un filo coerente tra le, naturalmente diverse, istanze della cittadinanza.

Nei tempi della crisi della democrazia rappresentativa o, meglio, di quel modello di rappresentanza che abbiamo promosso e vissuto a partire dal Secondo dopoguerra, abbiamo fortemente bisogno di partecipazione autentica. Per avere la quale occorre tuttavia affinare nuovi strumenti per il governo di una società mai stata, come oggi, così complessa e multiforme nel corso della storia dell’u-manità. Strumenti capaci di trasformare la cittadinanza attiva, consapevole, partecipante, in un imprescindibile motore di propulsione democratica, capace di colmare l’innegabile «deficit fiduciario» che oggi separa il popolo dai suoi organi di rappresentanza. Strappando, al contempo, la partecipazione dal mondo delle astrazioni metodologiche o della retorica e facendola diventare un elemen-to strutturante il senso comune, al pari di tutte quelle pra-tiche comunitarie, quei riti, quegli usi che non hanno bisogno di essere interrogati né di essere messi in discussione.Dentro una società eterogenea come quella in cui viviamo, il principio della partecipazione deve, allora, essere concretamente implementato attraverso pratiche adeguate, moderne e coerenti con le peculiarità del luogo. Per queste ragioni deve essere pazientemente costruita una nuova cultura della partecipazione, a tutti i livelli. E, di pari passo, va aumentata la capacità di espressione del cittadino e la capacità di ascolto dell’amministratore pubblico. Con lo scopo, ad esempio, di neutralizzare quel meccanismo che riduce lo spazio della partecipazione al-la pura protesta e creando, invece, procedure capaci di alimentare un circolo virtuoso dove tutti vincono: gli amministratori nella loro immagine pubblica e nel loro consenso; i cittadini nell’esercizio della loro sovranità; i problemi concreti, nelle possibilità di essere, finalmente, risolti.Per queste ragioni, oggi abbiamo bisogno di figure nuove: nuovi politici, capaci di fare dell’ascolto la loro principale virtù; nuovi urbanisti, capaci di costruire impianti progettuali di visione, in grado di essere molto di più della somma delle singole istanze; ma soprattutto abbiamo bisogno di nuovi cittadini, chia-mati oggi ad una nuova responsa-bilità che, fino a ieri, erano solo prerogativa della rappresentanza istituzionale: essere parte attiva della crescita, della trasformazione, dello sviluppo della città

Alessandro Franceschini – Architetto

Pubblicato su Trentino del Martedì 18_febbraio_2020

In politica serve competenza

di Alessandro Franceschini

Il governo del territorio è una faccenda assai complicata. Ci si può anche illudere che sia una questione puramente amministrativa – e quindi accessibile teoricamente a tutte le donne e a tutti gli uomini di buona volontà – ma, nella pratica, si tratta si tratta di un’attività caratterizzata da un grande complessità tecnica, per gestire la quale servono strumenti, conoscenze, competenze. Questo breve assunto può aiutarci ad aprire una riflessione su di un tema di grande attualità: il ruolo del sapere esperto disciplinare (non solo quello urbanistico, naturalmente) rispetto al governo di una città o di un territorio. Alla luce di un dato di fatto ad oggi inaudito: stiamo attraversando una fase storica caratterizzata da un evidente rifiuto della competenza.

The Acropolis in Athens, Greece.

È il tempo della «Mediocrazia», per citare Alain Deneault, della presa del potere dei mediocri: basta dare un’occhiata alla povertà dei curriculum vitae dei politici di professione, anche ai più altissimi livelli del Paese, per capire come la scarsità di competenza sia diventata un valore sdoganato dalla prassi. Quasi che l’amministrare i beni pubblici fosse un mestiere per il quale si possa nascere imparati o ci si possa inventare da un giorno all’altro. A patto di avere la parlata sciolta e la faccia come il bronzo. Invece, se proviamo a focalizzare bene il tema, non è sempre stato così. Anzi: non è mai stato così. Non sembri peregrino, in questa sede, citare Antonio Gramsci, quando spronava gli intellettuali – esattamente cent’anni fa – a lasciare i loro grigi studioli per «mescolarsi attivamente alla vita pratica come costruttori, organizzatori, persuasori permanenti». Oppure Jean-Paul Sartre, incessante promotore dell’intellettuale come «tecnico del sapere pratico» che si «immischia in ciò che non lo riguarda», alla ricerca di una coerenza necessaria tra individuale e universale. O ancora a Pier Paolo Pasolini conscio del ruolo del pensatore come colui che «mette insieme pezzi disorganizzati e frammentari» trasformandoli in un «coerente quadro politi-co».Può sembrare un paradosso ma proprio in questo momento storico la politica avrebbe invece bisogno di sapere esperto, di intellettuali, di professionisti disposti a sporcarsi le mani per il bene pubblico. Perché viviamo all’interno di una società e di un tempo caratterizzati da una grande complessità, la quale ha, oggi più che mai, necessità di competenze, di sapere e di conoscenze. Si tratta, in altre parole, di disvelare, attraverso l’azione pratica, la «responsabilità politica della tecnica», o meglio ancora «la fondatezza tecnica della politica» – per citare l’urbanista Maurizio Carta, a Trento venerdì scorso alla libreria Due Punti per presentare il suo ultimo intitolato, non a caso, Futuro. Politiche per un diverso presente.Proprio il lavoro di Carta – che è stato anche amministratore della sua città, Palermo – ci suggerisce che qualche segno di risveglio s’inizia ad intravvedere. E l’auspicio potrebbe essere proprio questo: che competenza e politica possano tornare a camminare a braccetto, arricchendosi l’una con l’altra. Le elezioni amministrative comunali del prossimo maggio potrebbero essere un’importante occasione, in tal senso, anche per segnare un cambio di rotta nella scelta del profilo dei candidati sui cui apporremo la croce nella silenzio della cabi-na elettorale: perché se è vero che stiamo attraversando tempi nuovi, è anche vero che questi tempi abbisognano di abilità nuove: propensione all’ascolto e alla pro-posta, capacità di analisi e di sintesi, talento per il discernimento e il progetto. Capacità e competenze a servizio delle comunità che potrebbero far tornare il fare politica davvero – come lo era nella polis greca – la più nobile delle attività umane.

Alessandro Franceschini – Architetto

Pubblicato su Trentino del Martedì 25_febbraio_2020