Quale ritorno per la nostra scuola

di Renata Attolini

Settembre si avvicina e ancora non sappiamo con precisione se e in che modo milioni di bambini e ragazzi torneranno a scuola.

La scuola è la risorsa imprescindibile per formare i futuri cittadini alla democrazia partecipata e alla cura di ciò che è loro vicino (gli affetti, l’ambiente, la cultura, gli spazi pubblici), ma per assolvere in modo adeguato a questo compito, la scuola deve essere sorretta da un progetto politico forte e da adeguate risorse finanziarie.

Purtroppo l’Italia, fino ad oggi, ha destinato all’istruzione solo il 6,9% della spesa pubblica, collocandosi incredibilmente da più anni all’ultimo posto, fra i 37 paesi dell’Ocse.

Oggi, in particolare, ogni istituto dovrebbe poter disporre di risorse significative, tempestive ed adeguate per:

a) far fronte a tutte le problematiche di sicurezza e di prevenzione;

b) arricchire le proprie dotazioni di arredi, attrezzature, tecnologie, connessioni;

c) compensare il maggior lavoro che si prospetta per tutti gli operatori;

d) realizzare attività di informazione e formazione in servizio sia sui protocolli sanitari e di sicurezza che sugli aspetti organizzativi e sulle innovazioni didattiche possibili.

Rispetto a questo ultimo punto, resiste ancora, in Italia, un’immagine di scuola separata dal territorio socio-culturale di cui è servizio formativo; una scuola che utilizza la moneta fuori corso dei rituali didattici (lezione frontale, libro di testo, interrogazione), non spendibile nella vita di tutti i giorni, perché fornisce all’alunno solo una serie di nozioni scollate fra loro.

È una scuola che non tiene conto del fatto che le conoscenze, sono relative e provvisorie, messe costantemente in crisi dai rapidissimi cambiamenti in ogni campo del sapere, e che i ragazzi sono bombardati da miliardi di informazioni da agenzie di conoscenza alternative, a cui la scuola deve saper dare ordine e senso.

È una scuola che si richiama ancora al programma, che non esiste più, soppiantato, già dal 2012,da indicazioni provinciali e nazionali, che invitano ad abbandonare l’idea di un sapere enciclopedico, verso un curricolo essenziale che metta al centro i contenuti e gli strumenti fondamentali del conoscere, che promuova processi e metodi per l’apprendimento, che sviluppi competenze per la vita.

Dobbiamo ora fare in modo che quello che è un problema diventi un’occasione per affrontare finalmente i nodi irrisolti della scuola.

1. La didattica online:

in questi mesi, per moti insegnanti, la didattica a distanza è stata solo una trasposizione della lezione frontale, dalla cattedra alla rete on line, secondo il solito copione stantio: spiego/studi/interrogo/valuto.

Solo i docenti che già seguivano percorsi di didattica attiva hanno saputo utilizzare questi strumenti in sostegno all’attività di ricerca, sperimentazione, discussione, costruzione delle conoscenze, raggiungimento di competenze.

Nell’era dell’informatizzazione più spinta la scuola deve essere in grado di educare ad un uso critico e consapevole di strumenti (computer, tablet, smartphone) e risorse (software e internet) che rappresentano una possibilità concreta di dare spazio alla ricerca, alla scelta, alla sperimentazione da parte degli alunni. È necessario possedere quegli strumenti ed utilizzarli nella didattica, ricordando che appunto di strumenti si tratta e che quindi non vanno enfaticamente mitizzati come se, da soli, potessero costituire l’innovazione. L’innovazione deve consistere in un profondo cambiamento della didattica, sia essa in presenza che online, che abbandoni definitivamente l’idea di riempire le teste di nozioni, per imparare a fornire ai ragazzi la capacità di imparare a conoscere in modo critico, consapevole, autonomo, collaborativo, di imparare ad imparare;

2. Gli spazi:

la ripartenza a settembre impone l’utilizzo di spazi fisici maggiori rispetto all’esistente. Si dovranno utilizzare in maniera più flessibile e razionale i corridoi e gli atrii, i refettori e le palestre, le biblioteche e i laboratori, anche per le normali attività d’aula.

I comuni dovranno fare una ricognizione attenta del patrimonio edilizio scolastico per individuare gli spazi disponibili e per renderli funzionali, dovranno prevedere interventi di edilizia leggeri e intelligenti in spazi adiacenti e/o limitrofi all’edificio scolastico, dovranno reperire ulteriori spazi disponibili nelle città. Tutta la città deve trasformarsi in una grande aula didattica aperta, il luogo in cui gli allievi prendono conoscenza del loro territorio e delle proposte culturali che vi si incontrano, riportano in classe le esperienze e le rielaborano in conoscenza formale e disciplinare.

Ma serve anche un progetto a lungo termine per predisporre il ripristino e la messa in sicurezza dell’esistente, per ripensare gli spazi delle scuole perché le nuove generazioni possano vivere in ambienti decorosi, pensati per loro, funzionali allo sviluppo armonico dei talenti, alla cooperazione, al laboratorio.

Vorremmo creare spazi in cui i bambini e i ragazzi possano abitare con il loro corpo e le loro menti, dove si stimoli lo spirito esplorativo e di sperimentazione; spazi duttili, componibili e multifunzionali per potersi adattare meglio agli itinerari didattici che si andranno a delineare e alle esigenze degli studenti, al loro bisogno di personalizzazione e di cooperazione, alle attività di laboratorio, dentro e fuori dalle mura della scuola.

3. L’orario:

l’esigenza di mettere in campo un’organizzazione didattica più flessibile, che consenta la realizzazione di gruppi di apprendimento di dimensioni ridotte, avrà l’indubbio vantaggio di facilitare una didattica personalizzata, più attenta ai bisogni specifici degli alunni, ai diversissimi tipi di apprendimento.

Nel contempo sarà necessario rivedere definitivamente l’orario scolastico, non certo per ridurlo e comprimerlo, ma per distribuirlo nell’arco della giornata, per una scuola che, avendo a disposizione più tempo, realizzi occasioni formative più ricche ed appaganti e garantisca tempi distesi per gli apprendimenti, alternando momenti di studio con attività di indagine, manipolazione, espressione, momenti di attività sociale, sviluppo di esperienze opzionali e a scelta dei ragazzi.

4. Il personale:

lavorare con piccoli gruppi e adottare un tempo scuola disteso, richiede un aumento del personale. Si tratta, in primis, di utilizzare tutti i docenti a disposizione della scuola, in forma di organico curricolare, di sostegno, di potenziamento, secondo una logica di insegnamento cooperativo. Non possiamo dimenticare che gli insegnanti di sostegno sono effettivamente “contitolari” della classe, e possono quindi assumersi la responsabilità didattica complessiva di un piccolo gruppo di apprendimento in cui sia incluso l’allievo con disabilità. La strada maestra per un’inclusione efficace consiste nel lavorare sul contesto: è l’intero gruppo docente che deve farsi carico e collaborare attivamente perché nessun alunno sia lasciato indietro.

Si potrebbe poi prevedere l’assunzione di supplenti temporanei esclusivamente per il tempo necessario. Infine si può ricorrere ad operatori del terzo settore, certamente qualificati. I comuni possono essere i promotori di un PATTO per una comunità educante plurima tra scuola, agenzie educative, cooperative competenti, attraverso la cooperazione, la condivisione e coprogettualità. E, nel contempo, possono fornire agli operatori esterni alla scuola la tutela sul piano delle responsabilità in vigilando.

A lungo termine dobbiamo dire definitivamente addio alla riduzione progressiva d’organico, che ha penalizzato la scuola negli ultimi due decenni.

5. Il problema penale:

una didattica con alunni che si muovono negli spazi del territorio e della scuola deve portare con sé un atteggiamento diverso, di tutta la società, verso possibili infortuni e malattie degli allievi.

Nell’immediato sarà necessario prevedere una speciale tutela legale per i docenti costretti ad assumersi la responsabilità di accompagnare i propri alunni in contesti extrascolastici, con il rischio di incappare in quegli incidenti che spesso accadono in modo imprevedibile nonostante un’attenta vigilanza.

Nel lungo periodo invece sarò opportuno riflettere sulla necessità di educare, sin dalla primissima infanzia, i bambini alla responsabilità, all’autocontrollo e all’autoregolazione dei propri comportamenti, aiutandoli a prefigurare le conseguenze dei propri atti. In Italia si punta quasi esclusivamente sul controllo degli adulti, sull’attenzione quasi maniacale ai possibili pericoli nel contesto, piuttosto che sull’educazione all’autonomia e alla responsabilità, che sono le dimensioni che caratterizzano l’agire competente.

6. Le risorse invisibili:

sono quelle che consentono agli insegnanti di mettere in campo la propria professionalità, la capacità di essere resilienti e di trovare soluzioni efficaci anche quando cambiano gli scenari”.

I docenti devono poter contare su una buona formazione iniziale e su attività continue di formazione e informazione per ripensare e riprogettare il loro modo di fare scuola ed affrontare in modo adeguato le sfide vicine ma anche quelle che si prospettano con i profondi cambiamenti prevedibili nei prossimi anni.

La previsione dovrebbe essere quella di trasformare le scuole in centri di ricerca, dove gli insegnanti possano lavorare in modo cooperativo, e, con l’appoggio di esperti e tutor provenienti da sedi scientifiche, universitarie, associative e professionali ma anche dal mondo della scuola, mettere in campo una virtuosa circolarità tra ricerca, formazione, pratica didattica, riflessività professionale, per elaborare, nel rispetto delle indicazioni, curricoli sensati per il proprio territorio e per i propri alunni.

7. il ruolo dei genitori

deve essere valorizzato, affinché diventino, piuttosto che un problema, un antagonista, un ostacolo, una risorsa per la scuola, coinvolgendoli in progetti condivisi di collaborazione con gli insegnanti e di proposte culturali extrascolastiche per alunni e genitori stessi.


Pubblicato su L’Adige di giovedì 16 luglio 2020

DOPO IL VIRUS UN’ECONOMIA CIRCOLARE

di Alessandro Franceschini

Quando, all’apice della pandemia causata dal Coronavirus, il sistema della produzione mondiale si è per la prima volta nella storia post-industriale del mondo «fermato», abbiamo avuto l’opportunità unica di guardare il nostro modello fondato sull’economia lineare con occhi disincantati. E di poter immaginare, con più facilità, altri possibili scenari.

L’economia così detta «lineare», ereditata dal sistema produttivo capitalistico-borghese, è stata il modello su cui è stato costruito il nostro stile di crescita e sviluppo negli ultimi due secoli. Essa deriva, com’è noto, da un’idea dello sviluppo privo di limiti, e si fonda sull’assunto che le risorse naturali usate come materie prime nel processo produttivo siano infinite e che il pianeta Terra possa avere un’altrettanta infinta capacità di assorbire e smaltire i rifiuti e gli scarti che quotidianamente il nostro sistema di consumo produce.

In realtà fin dai primi anni Settanta – pensiamo al documento, attualissimo, del Club di Roma, «I limiti dello sviluppo», del 1972 – abbiamo la consapevolezza scientifica che un siffatto sistema produttivo abbia il fiato «corto» sul «lungo» periodo. Oggi non abbiamo solo delle ipotesi di previsione, come allora, ma dei riscontri numerici impressionanti: ogni anno vengono prodotti nel mondo 1,3 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi. Nello steso periodo si producono 125 milioni di tonnellate di materie plastiche che nell’80% dei casi diventano rifiuti. In realtà, buona parte di questi «scarti» potrebbero essere nuovamente trasformati in «materie prime» grazie alla raccolta differenziata, oramai in grado di raggiungere quote significative in molte parti del mondo industrializzato, facilitando in questo modo l’implementazione di una nuova «economia circolare».

Le parole d’ordine di questo modello sono, per l’appunto, «ripara», «riusa» e «ricicla». E non si tratta di slogan ideologici: uno studio della Commissione europea ha dimostrato come la prevenzione dei rifiuti, la progettazione ecocompatibile e il riutilizzo dei materiali possano generare dei risparmi netti alle imprese per 600 milioni di euro, oltre che contenere le emissioni di gas serra nell’atmosfera per una percentuale tra il 2 e il 4 percento.

Reintrodurre i beni che hanno terminato il loro servizio all’interno del ciclo produttivo, per generare così ulteriore valore, è uno degli obiettivi a cui possiamo tendere con decisione nella fase di riavvio della macchina-mondo dopo la fine della grande pandemia. Perché non si tratta solo di una questione di opportunità economica: ridurre il consumo di materie prima significa risparmiare le emissioni di anidride carbonica necessarie alla loro estrazione e creare una «riserva» per il futuro, visto che la popolazione mondiale continua a crescere e con essa il bisogno di beni e prodotti.

Per raggiungere questi obiettivi occorre mettere in campo delle politiche di produzione molto rigorose, cha partano, tan-to per dire, dalla progettazione del prodotto stesso, che deve essere pensato già nella sua fase post-utilizzo (ad esempio, nella facilità nel separare le sue componenti fisiche); oppure, nell’utilizzo delle energie alternative a quelle fossili nel pro-cesso di produzione. Tutto questo può essere raggiunto grazie ad un atteggiamento eco-sistemico: ovvero un approccio at-tento a tutte le fasi della vita del prodotto che deve essere concepito, alla fine del suo utilizzo, come un valido sostituto delle materie prime: insomma un vero e proprio «carburante» in grado di entrare nuovamente nel ciclo di produzione, risparmiando così materie prima, energia, nuovi rifiuti: in una parola, risparmiando la cosa più preziosa che abbiamo: l’ambiente.

Pubblicato su Trentino di Martedì 30 giugno_2020

IL VERDE CONTRO TUTTI I VIRUS

di Alessandro Franceschini

Se guardiamo alla Grande pandemia con occhio disincantato, il virus che ha travolto il mondo negli ultimi cento giorni può diven-tare la scintilla utile per innescare un passaggio epocale, diventando un «acceleratore di processi», in grado di dare l’impulso decisivo alla «svolta ecologica» di cui il nostro mondo ha tanto bisogno. Per raggiungere questo obiettivo, uno dei settori progettuali su cui occorre lavorare è sicuramente quello della «forestazione», ovvero dell’aumento del verde diffuso dentro tutti i livelli dell’antropizzazione del territorio. Le immagini satellitari della Pianura padana, già all’indomani del lock down, liberata miracolosamente dalla grande cappa d’inquinanti atmosferici che solitamente la interessano, è stato l’indicatore più evidente di come il nostro pianeta sia un organismo dinamico a tutti gli effetti, dentro al quale un ruolo strategico è rivestito dalle piante e dalla vegetazione. Gli alberi sono dei dispositivi straordinari, degli ossigenatori naturali in grado di «pulire», con decorso immediato, tonnellate di aria inquinata al giorno, come delle straordinarie macchine al servizio della vita.

Ma non basta: l’albero, a ben pensarci, è diventato uno degli «oggetti dei desideri» durante i giorni della quarantena. E non solo per la sua capacità di darci ossigeno vitale, ma anche per i significati simbolici che sono ad esso legati: gli alberi sono creature in grado di dare felicità, quiete, gioia, anche con la loro semplice e muta presenza. L’albero e la sua cura all’interno dello spazio urbano, allora, devono diventare una delle priorità progettuali nella nuova epoca post-pandemica. Con una consapevolezza: il tema non riguarda tanto le «aree interne» del nostro Paese, in cui il processo di aumento dei boschi è, al contrario, un problema legato all’abbandono delle montagne da parte dell’uomo (si pensi, ad esempio, che la superficie di foreste in Italia, negli ultimi cinquant’anni, è più che raddoppiata), ma le «aree urbane e periurbane», dove gli alberi sono diventati una vera e propria rarità dentro un contesto di grande importanza: molti studi, infatti, sostengono che entro il 2050 i due/terzi della popolazione mondiale vivrà in città. In questo senso, il «Bosco verticale», ovvero l’iconico edificio dell’architetto Stefano Boeri a Milano, rappresenta in maniera emblematica la direzione verso cui dobbiamo tendere.

I nostri edifici dovranno avere grandi balconi capaci di ospitare vere e proprie piccole «foreste» casalinghe: una dotazione ecologica privata in grado di assolvere a più funzioni: ossigena-re e raffrescare l’aria; dare piacere a chi la contempla, offrire un rifugio verde alla bisogna e nel caso di una – speriamo lungi dal venire – nuova fase di lock down. Trento potrebbe diventare un laboratorio anche in questa direzione: proprio perché da noi la natura è di casa, questa do-tazione andrebbe ulteriormente «stressata», facendo entrare i processi ecologici in tutte le dimensioni dell’essere in città: non solo nell’abitare, ma anche nelle funzioni del «lavorare» e del «ricrearsi». Segmentano, ad esempio, la grande impronta urbana della città (che oggi, va dal sobborgo di Mattarello alle aree produttive di Lavìs) in tante «cortine verdi», aree a parco, comparti agricoli e corridoi ecologici capaci di circondare le «isole» dell’arcipelago in cui è costituito il nostro capoluogo.

Un’idea che potrebbe trasformarsi anche uno splendido programma amministrativo: Trento? Trento sarà una città-natura.

Pubblicato su Trentino del Martedì 16 giugno_2020

I NOSTRI NUOVI COMPORTAMENTI NEGLI SPAZI

di Alessandro Franceschini

Il «distanziamento sociale» è un mantra che sentiamo ripetere dai media locali e nazionali dall’inizio della pandemia. Nella pratica, significa mantenere una congrua distanza dall’altro, per evitare di contagiare – o di essere contagiati – dal «coronavirus», agente patogeno che, com’è noto, si diffonde tra gli individui attraverso delle micro gocce che respiriamo nell’aria.
Questa apparente banalità ovvero «distanziarsi» per almeno un metro l’uno dall’altro può avere tuttavia degli effetti importanti nel nostro modo di vivere. Facciamoci caso: oggi percepiamo la presenza delle altre persone come improvvisamente ingombrante se non pericolosa; se siamo al chiuso la dimensione spaziale diventa un elemento fondamentale di qualità del vissuto: spazi piccoli e compressi appaiono oggi improvvisamente invivibili. Ma anche il tempo percepito sembra più o meno dilatato a seconda del grado di affollamento e dell’ampiezza dello spazio a disposizione. Si tratta di una «nuova» percezione, capace di mettere in discussione le modalità con cui ci relazioniamo agli altri, norme studiate da quel sapere divenuto famoso negli anni Sessanta con il nome di «Prossemica». La Prossemica come scienza è stata codificata grazie agli studi di Edward T. Hall, un ricercatore che, per primo, mise in relazione gli automatismi comportamentali con l’uso dello spazio attorno all’uomo, arrivando a dimostrare come i sistemi culturali possano influenzare l’uso dello spazio e come tale uso influenzi, a sua volta, la comunicazione fra le persone. Quello compiuto da Hall nel suo libro più famoso – «La dimensione nascosta», dato alle stampe nel 1968 – è un tentativo di creare una vera e propria semiologia dello spazio, considerando l’uso della spazialità come un imprescindibile canale di comunicazione. Gli studi di questo antropologo statunitense furono il contributo più alto nel dimostrare il modo in cui gli esseri umani percepiscano, strutturino, vivano gli spazi che li circondano, senza dimenticare il modo in cui l’ambiente tende ad influenzare sia i comportamenti che le interazioni tra persone.

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Tutto questo prima del «coronavirus», naturalmente. Sì, perché quella che Hall definisce la «distanza sociale» – una distanza che varia da specie a specie ma che nel comportamento umano dentro lo spazio naturale e sociale nasconde un naturale bisogno di contatto, essenziale per la vita dell’uomo – è destinata a cambiare profondamente. Quel «limite psicologico», insomma, quella «fascia nascosta – per usare parole dell’antropologo – che tiene insieme il gruppo», deve essere oggi rimodulata alla luce dei nuovi comportamenti che siamo stati invitati a mantenere e che ci stanno cambiando proprio nella percezione dell’altro.

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Nella città post-pandemia, allora, la percezione dello spazio potrà essere radicalmente diversa. Soprattutto nelle interazioni con l’altro che, proprio a causa di una martellante campagna di sensibilizzazione che si è inculcata dentro le nostre abitudini, risente del modo in cui i nostri sensi si relazionano allo spazio che ci circonda.Il progetto dello spazio di vita – dalle abitazioni ai luoghi pubblici – dovrà essere al centro di una profonda discussione, finalizzata ad un loro adattamento al nuovo modo di interagire tra noi, gli altri e lo spazio che ci circonda. Con una novità: per la prima volta, le «distanze sociali» non dipenderanno più da una sensibilità culturalmente acquisita – ad esempio, un anglosassone vive in un sistema di rapporti spaziali diversi da quelli nei quali vive un arabo – ma saranno soggette alla presenza di un fattore «esterno» molto concreto – come il Coronavirus – capace di alterare le distanze tra le persone e, naturalmente, l’uso dello spazio pubblico e privato. Un presupposto imprescindibile per progettare al meglio la città dei prossimi anni.

Pubblicato su Trentino del Mercoledì 26 maggio_2020

ABBIAMO CASE TROPPO PICCOLE

di Alessandro Franceschini

Un diffuso bisogno di un nuovo spazio per l’abitare. Ecco una delle eredità che ha lasciato la crisi sanitaria provocata dal «coronavirus». Abbiamo improvvisamente scoperto che le abitazioni che abbiamo abitato fino a ieri sono piccole. Poco adatte alle funzioni della contemporaneità e scarsamente proiettate verso lo spazio aperto.

Ci voleva un «arresto domiciliare» lungo due mesi vissuto da milioni di italiani per capire che le nostre case sono profondamente inadeguate alla vita moderna. Quelle abitazioni e quegli appartamenti pagati a peso d’oro si sono mostrati improvvisamente incapaci di ospitare una residenzialità prolungata: in gran parte dei casi, si tratta di alloggi pensati per essere poco più di «dormitori», carenti di quegli spazi e privi di quelle funzioni che il lockdown ha mostrato in tutta la loro necessità. Questa crisi, allora, può essere l’occasione per ripensare profondamente la strutturazione degli alloggi in cui viviamo, adattandoli – negli spazi e nelle funzioni – a quei nuovi inderogabili usi che potrebbero tornare utili nel prossimo futuro. Anche alla luce di un fatto inedito: alcune abitudini maturate durante la pandemia (come, ad esempio, il «lavoro agile», la passione per la cucina o il tempo trascorso sul terrazzo) potrebbero diventare una prassi consolidata già dai prossimi mesi.

Ma quali sono i nuovi spazi utili all’abitare? Anzitutto la stanza del lavoro agile e dello studio – magari dotata di un vero e proprio «set» per le comunicazioni da remoto, che può diventare all’occorrenza anche luogo per fare ginnastica in casa, grazie alla presenza di cyclette o tapis roulant, è sicuramente una delle principali esigenze individuate dalle famiglie durante il lockdown. Ma non solo: lo spazio della cucina dovrà diventare più grande, così come il piano da lavoro vicino ai fornelli, facendo diventare la preparazione dei pasti un’attività familiare, non solo emergenziale. La richiesta più grande, tuttavia, arriva probabilmente dall’interazione con lo spazio aperto esterno. Se i balconi saranno destinati ad aumentare la loro metratura – in modo da diventare delle vere e proprio stanze «aggiuntive» all’appartamento, dove poter passare tempo a leggere, conversare ma anche a pasteggiare – molta attenzione dovrà essere in futuro destinata allo spazio verde, privato o condominiale che sia: non più un vezzo, ma una indispensabile dotazione per rendere le case più abitabili e confortevoli. Le nostre residenze, inoltre, sono piene di cose inutili. Le «cose» rubano spazio, e con esso, tempo e vita. Ecco allora che il nostro abitare potrebbe virare pro-fittevolmente verso degli spazi più «vuoti», evitando i tanti oggetti che si sono mostrati degli inciampi durante la residenza forzata. Maggiore attenzione dovrà essere invece dedicata alla qualità dei mobili, ai dettagli dell’arredamento e alla capacità dell’alloggio di essere tecnologicamente di qualità: nella dotazione domotica, nell’articolazione di punti luce e del sistema delle prese elettriche e nella diffusione dell’impianto wi-fi in tutte le aree dell’alloggio, come utili sostegni agli indispensabili dispositivi elettronici che abbiamo ora in casa. Inoltre – come qualcuno ha proposto – l’armadietto delle medicine che si trova in ogni casa potrebbe diventare qualcosa di più strutturato, di più «intelligente», capace di monitorare la qualità della nostra salute in ogni momento, grazie ad apparecchi ad alta tecnologia magari direttamente collegati con la cartella clinica del nostro medico di base. Sostengono gli esperti del mercato immobiliare che ci attendono almeno tre anni di «crisi del mattone», caratterizzata da una contrazione dei prezzi, durante i quali l’accesso all’investimento nella casa potrà essere meno proibitivo che in passato. Sarebbe utile approfittare di questo momento per ripensare i nostri modelli abitativi, per rendere la residenzialità più aderente alle nuove abitudini che il Covid-19 ci ha aiutato ad adottare e, conseguente-mente, più adatta alle sfide che potrebbero attenderci già dal prossimo futuro.

Pubblicato su Trentino del Mercoledì 20 maggio_2020