Un cambio di passo per la città

di Jacopo Zannini

Negli ultimi decenni è cresciuta, in Italia, l’attenzione delle amministrazioni locali nei confronti della partecipazione dei cittadini ai processi decisionali. Si stanno diffondendo forme innovative di democrazia partecipativa nelle scelte di governo del territorio e le proposte avanzate dai gruppi di cittadini stanno incidendo positivamente nei bilanci comunali. La partecipazione, se utilizzata come metodo effettivo, può produrre vero cambiamento, generare coesione sociale e risultare incisiva. È per questo che, fin da subito, mi sono trovato in sintonia con le dichiarazioni di Franco Ianeselli che recentemente rifletteva sulla necessità di potenziare il ruolo delle nostre Circoscrizioni trasformandole da piccoli consigli comunali, come diventano tutt’oggi, a spazi più partecipativi e aperti. L’obiettivo è riattivare una partecipazione che potrebbe riconnettere anche empaticamente l’amministrazione con gli abitanti, che in questi cinque anni in alcuni casi si sono sentiti poco coinvolti e ascoltati oppure sono rimasti spiazzati da scelte non condivise. Non si fraintenda, non è tutto da buttare e certe dinamiche sono state legate a una maggioranza molto sfilacciata che ha visto l’attuale sindaco in un difficile ruolo di “sarto” che ha cercato spesso, a volte anche con difficoltà, di tenere uniti i vari lembi della coalizione. In alcuni casi però forse è mancato anche
il coraggio e la voglia di sperimentare maggiormente e anche la capacità di slegarsi dalla forte influenza dei tecnici comunali su scelte che dovevano essere politiche. Per incentivare la partecipazione non servono scelte straordinarie ma azioni efficaci. Un elemento, molto importante è organizzare gli spazi giusti.

the council of trent - photo was August 28, 2005 at 15:52, Anthony M. from Rome, Italy
the council of trent – photo was August 28, 2005 at 15:52, Anthony M. from Rome, Italy

Gli spazi di assemblea non sono automaticamente spazi di partecipazione. Bisogna costruire ambienti in cui le persone abbiano desiderio di parlare, anche quelle che non sono abituate a farlo. Bisogna fare molti incontri, farli con persone diverse, mettere ognuno a proprio agio, spesso andare a cercare i propri interlocutori sul territorio magari organizzando eventi speciali nelle aree in cui i cittadini vivono. Bisogna dare coerenza a tutti questi incontri, riuscire a produrre, da tanti input diversi, un progetto coerente. Da una parte tutto questo processo comporta un grande impegno, anche in termini di tempo; dall’altra, dopo un certo periodo di confronto, bisogna anche mostrare dei risultati concreti. Vedere realizzate le proprie istanze serve a dare al cittadino una grande iniezione di fiducia sull’azione dell’amministrazione e aumenta il desiderio di restare ed esserne parte attiva. Ci vuole poi, da parte di chi organizza e segue questi processi, una conoscenza delle tecniche partecipative e che sia in grado di renderle dinamiche ed equilibrate, non piatte o preconfezionate; questo perché se da una parte si rischia di mettere in piedi un processo improvvisato e intuitivo, dall’altro una conoscenza troppo “didascalica” può portare ad applicare le tecniche in modo banale, modellistico, senza dare anima al processo.
Speriamo che questa prospettiva della partecipazione possa essere una delle tante sfide importanti che Franco Ianeselli e la sua futura giunta comunicale avranno l’opportunità di mettere in campo.

Cosa significa partecipazione

di Alessandro Franceschini

Che cosa significa partecipazione? O meglio: in quale modo i decisori pubblici (sindaci, amministratori, tecnici…) possono valorizzare il bisogno di partecipazione della cittadinanza fa-cendolo diventare il fonda-mento della politica urbanistica di una città? In uno solo modo, probabilmente: «rispettando gli altri – per citare Paulo Freire – abbastanza da ascoltarli molto oltre le parole che dicono».

La principale virtù che deve avere chi accetta la sfida di governare i processi di trasformazione urbano-territoriale, infatti, è proprio la capacità di ascolto. È dentro questo l’esercizio incessante dell’ascolto delle esigenze e delle aspirazioni degli abitanti di una città che è possibile scoprire le possibilità di futuro emergenti, le domande inespresse, le visioni collettive latenti: tutte opportunità che possono co-generare, se saggiamente orchestrate, strategie intelligenti di sviluppo di comunità. Si tratta di un esercizio faticoso e tutt’altro che semplice: perché non solo abbisogna di un canale empatico con l’interlocutore, ma anche di una capacità di fare sintesi e di saper cogliere un filo coerente tra le, naturalmente diverse, istanze della cittadinanza.

Nei tempi della crisi della democrazia rappresentativa o, meglio, di quel modello di rappresentanza che abbiamo promosso e vissuto a partire dal Secondo dopoguerra, abbiamo fortemente bisogno di partecipazione autentica. Per avere la quale occorre tuttavia affinare nuovi strumenti per il governo di una società mai stata, come oggi, così complessa e multiforme nel corso della storia dell’u-manità. Strumenti capaci di trasformare la cittadinanza attiva, consapevole, partecipante, in un imprescindibile motore di propulsione democratica, capace di colmare l’innegabile «deficit fiduciario» che oggi separa il popolo dai suoi organi di rappresentanza. Strappando, al contempo, la partecipazione dal mondo delle astrazioni metodologiche o della retorica e facendola diventare un elemen-to strutturante il senso comune, al pari di tutte quelle pra-tiche comunitarie, quei riti, quegli usi che non hanno bisogno di essere interrogati né di essere messi in discussione.Dentro una società eterogenea come quella in cui viviamo, il principio della partecipazione deve, allora, essere concretamente implementato attraverso pratiche adeguate, moderne e coerenti con le peculiarità del luogo. Per queste ragioni deve essere pazientemente costruita una nuova cultura della partecipazione, a tutti i livelli. E, di pari passo, va aumentata la capacità di espressione del cittadino e la capacità di ascolto dell’amministratore pubblico. Con lo scopo, ad esempio, di neutralizzare quel meccanismo che riduce lo spazio della partecipazione al-la pura protesta e creando, invece, procedure capaci di alimentare un circolo virtuoso dove tutti vincono: gli amministratori nella loro immagine pubblica e nel loro consenso; i cittadini nell’esercizio della loro sovranità; i problemi concreti, nelle possibilità di essere, finalmente, risolti.Per queste ragioni, oggi abbiamo bisogno di figure nuove: nuovi politici, capaci di fare dell’ascolto la loro principale virtù; nuovi urbanisti, capaci di costruire impianti progettuali di visione, in grado di essere molto di più della somma delle singole istanze; ma soprattutto abbiamo bisogno di nuovi cittadini, chia-mati oggi ad una nuova responsa-bilità che, fino a ieri, erano solo prerogativa della rappresentanza istituzionale: essere parte attiva della crescita, della trasformazione, dello sviluppo della città

Alessandro Franceschini – Architetto

Pubblicato su Trentino del Martedì 18_febbraio_2020