Inondazioni e allagamenti: quale rapporto con i nostri fiumi.

di Renata Attolini

Siamo stati tutti con il fiato sospeso a controllare la piena del fiume Adige, i più anziani ricordando la tragica alluvione del 1966; i più giovani richiamando alla mente la tragica esperienza di Vaia; tutti consci del ripetersi troppo frequente di eventi meteorologici catastrofici.

Al tempo di Vaia, l’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini disse: “Troppi anni di incuria e malinteso ambientalismo da salotto che non ti fanno toccare l’albero nell’alveo ecco che l’alberello ti presenta il conto”. Alcuni suoi compagni di partito, tra i quali Giorgetti (allora sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri ) e Fedriga (presidente della regione Friuli Venezia Giulia), per concretizzazione la sua boutade, presentarono una proposta di legge (n. 260 del 23 marzo 2018) per promuovere quella che definivano la pulizia degli alvei.

Per quanto riguarda la vegetazione delle rive, nelle nostre province, viene costantemente rimossa e limitata. I tronchi che vengono trasportati dalla corrente e che si accumulano vengono dai boschi; alberi caduti per cause diverse, dal vento alla vecchiaia, non certo dall’incuria delle rive.

La cosiddetta “pulizia degli alvei”, invece, è un’espressione infelice che parte dal presupposto completamente errato che un fiume sia “sporco” se contiene vegetazione e sedimenti. In realtà, dragare i fiumi e rimuovere la vegetazione dall’alveo non è una buona idea per varie ragioni.

Ausblick von der Seilbahn Funivia Trento – Sardagna auf den Fluss Etsch, Fiume Adige – panoramio – [qwesy qwesy] – rilasciata sotto licenza (CC BY 3.0)

In primis a parità di livello aumenta la velocità della corrente mettendo a repentaglio le strutture in alveo, come le pile dei ponti. Stando alle più comuni leggi dell’idraulica, la velocità del flusso (per semplificare diciamo “nella direzione in cui va il fiume”) è proporzionale alla radice della profondità, quindi più è profondo il fiume e più è veloce “quando si riempie”.
Questo richiederebbe che i ponti stessi fossero ricostruiti in modo da consolidarne le fondamenta.

Inoltre, rimuovere ghiaia e vegetazione riduce la disponibilità di habitat per gli animali, rendendo il fiume molto più simile ad un canale di irrigazione che non ad un ecosistema vivo.

Togliere materiale in certe zone del fiume può essere utile solo dopo le piene, dove si formano grandi accumuli poco naturali, ma a regime il fiume va lasciato in pace e i sedimenti vanno mantenuti.
Da anni, a tutti gli ingegneri idraulici di qualsiasi ateneo del mondo, si insegna che la continuità dei sedimenti è una risorsa per i fiumi e che le interruzioni (dighe, sbarramenti e prelievi) della stessa costituiscono un problema sia per l’ecosistema fluviale che per le infrastrutture costruite dall’uomo. Ad esempio, uno studio dell’Autorità di Bacino dei fiumi dell’Alto Adriatico in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze, pubblicato nel 2003 sulla rivista internazionale Geomorphology, dimostra che dagli anni 50 ad oggi l’interruzione della continuità dei sedimenti nei fiumi italiani, causata dai prelievi di ghiaia e dalle dighe, ha portato ad un’incisione degli alvei dell’ordine 3-4 metri con picchi di oltre 10 metri e ad un restringimento della sezione attiva di oltre il 50% in quasi tutti i casi. Questo ha portato all’esposizione delle fondamenta delle pile di molti ponti rendendoli insicuri.

Una visione completamente errata dei fiumi ci ha portati ad innalzare gli argini in certe zone facendone allagare altre. Secondo questa visione i problemi legati ai fiumi vengono affrontati senza tenere presente che un corso d’acqua si snoda dalla sorgente alla foce e che è un sistema continuo che non può essere frammentato, perché ciò che succede in un punto ha ripercussioni a monte ed a valle.

È giunta l’ora di costruire una prospettiva di ampio raggio sia spaziale che temporale, considerando il fiume nel suo insieme e ripensando le città e le aree attigue al corso d’acqua. In Alto Adige questo sta già succedendo, gli interventi sono possibili ed i vantaggi sono indubbi. Provare per credere.

Renata Attolini

Quale ritorno per la nostra scuola

di Renata Attolini

Settembre si avvicina e ancora non sappiamo con precisione se e in che modo milioni di bambini e ragazzi torneranno a scuola.

La scuola è la risorsa imprescindibile per formare i futuri cittadini alla democrazia partecipata e alla cura di ciò che è loro vicino (gli affetti, l’ambiente, la cultura, gli spazi pubblici), ma per assolvere in modo adeguato a questo compito, la scuola deve essere sorretta da un progetto politico forte e da adeguate risorse finanziarie.

Purtroppo l’Italia, fino ad oggi, ha destinato all’istruzione solo il 6,9% della spesa pubblica, collocandosi incredibilmente da più anni all’ultimo posto, fra i 37 paesi dell’Ocse.

Oggi, in particolare, ogni istituto dovrebbe poter disporre di risorse significative, tempestive ed adeguate per:

a) far fronte a tutte le problematiche di sicurezza e di prevenzione;

b) arricchire le proprie dotazioni di arredi, attrezzature, tecnologie, connessioni;

c) compensare il maggior lavoro che si prospetta per tutti gli operatori;

d) realizzare attività di informazione e formazione in servizio sia sui protocolli sanitari e di sicurezza che sugli aspetti organizzativi e sulle innovazioni didattiche possibili.

Rispetto a questo ultimo punto, resiste ancora, in Italia, un’immagine di scuola separata dal territorio socio-culturale di cui è servizio formativo; una scuola che utilizza la moneta fuori corso dei rituali didattici (lezione frontale, libro di testo, interrogazione), non spendibile nella vita di tutti i giorni, perché fornisce all’alunno solo una serie di nozioni scollate fra loro.

È una scuola che non tiene conto del fatto che le conoscenze, sono relative e provvisorie, messe costantemente in crisi dai rapidissimi cambiamenti in ogni campo del sapere, e che i ragazzi sono bombardati da miliardi di informazioni da agenzie di conoscenza alternative, a cui la scuola deve saper dare ordine e senso.

È una scuola che si richiama ancora al programma, che non esiste più, soppiantato, già dal 2012,da indicazioni provinciali e nazionali, che invitano ad abbandonare l’idea di un sapere enciclopedico, verso un curricolo essenziale che metta al centro i contenuti e gli strumenti fondamentali del conoscere, che promuova processi e metodi per l’apprendimento, che sviluppi competenze per la vita.

Dobbiamo ora fare in modo che quello che è un problema diventi un’occasione per affrontare finalmente i nodi irrisolti della scuola.

1. La didattica online:

in questi mesi, per moti insegnanti, la didattica a distanza è stata solo una trasposizione della lezione frontale, dalla cattedra alla rete on line, secondo il solito copione stantio: spiego/studi/interrogo/valuto.

Solo i docenti che già seguivano percorsi di didattica attiva hanno saputo utilizzare questi strumenti in sostegno all’attività di ricerca, sperimentazione, discussione, costruzione delle conoscenze, raggiungimento di competenze.

Nell’era dell’informatizzazione più spinta la scuola deve essere in grado di educare ad un uso critico e consapevole di strumenti (computer, tablet, smartphone) e risorse (software e internet) che rappresentano una possibilità concreta di dare spazio alla ricerca, alla scelta, alla sperimentazione da parte degli alunni. È necessario possedere quegli strumenti ed utilizzarli nella didattica, ricordando che appunto di strumenti si tratta e che quindi non vanno enfaticamente mitizzati come se, da soli, potessero costituire l’innovazione. L’innovazione deve consistere in un profondo cambiamento della didattica, sia essa in presenza che online, che abbandoni definitivamente l’idea di riempire le teste di nozioni, per imparare a fornire ai ragazzi la capacità di imparare a conoscere in modo critico, consapevole, autonomo, collaborativo, di imparare ad imparare;

2. Gli spazi:

la ripartenza a settembre impone l’utilizzo di spazi fisici maggiori rispetto all’esistente. Si dovranno utilizzare in maniera più flessibile e razionale i corridoi e gli atrii, i refettori e le palestre, le biblioteche e i laboratori, anche per le normali attività d’aula.

I comuni dovranno fare una ricognizione attenta del patrimonio edilizio scolastico per individuare gli spazi disponibili e per renderli funzionali, dovranno prevedere interventi di edilizia leggeri e intelligenti in spazi adiacenti e/o limitrofi all’edificio scolastico, dovranno reperire ulteriori spazi disponibili nelle città. Tutta la città deve trasformarsi in una grande aula didattica aperta, il luogo in cui gli allievi prendono conoscenza del loro territorio e delle proposte culturali che vi si incontrano, riportano in classe le esperienze e le rielaborano in conoscenza formale e disciplinare.

Ma serve anche un progetto a lungo termine per predisporre il ripristino e la messa in sicurezza dell’esistente, per ripensare gli spazi delle scuole perché le nuove generazioni possano vivere in ambienti decorosi, pensati per loro, funzionali allo sviluppo armonico dei talenti, alla cooperazione, al laboratorio.

Vorremmo creare spazi in cui i bambini e i ragazzi possano abitare con il loro corpo e le loro menti, dove si stimoli lo spirito esplorativo e di sperimentazione; spazi duttili, componibili e multifunzionali per potersi adattare meglio agli itinerari didattici che si andranno a delineare e alle esigenze degli studenti, al loro bisogno di personalizzazione e di cooperazione, alle attività di laboratorio, dentro e fuori dalle mura della scuola.

3. L’orario:

l’esigenza di mettere in campo un’organizzazione didattica più flessibile, che consenta la realizzazione di gruppi di apprendimento di dimensioni ridotte, avrà l’indubbio vantaggio di facilitare una didattica personalizzata, più attenta ai bisogni specifici degli alunni, ai diversissimi tipi di apprendimento.

Nel contempo sarà necessario rivedere definitivamente l’orario scolastico, non certo per ridurlo e comprimerlo, ma per distribuirlo nell’arco della giornata, per una scuola che, avendo a disposizione più tempo, realizzi occasioni formative più ricche ed appaganti e garantisca tempi distesi per gli apprendimenti, alternando momenti di studio con attività di indagine, manipolazione, espressione, momenti di attività sociale, sviluppo di esperienze opzionali e a scelta dei ragazzi.

4. Il personale:

lavorare con piccoli gruppi e adottare un tempo scuola disteso, richiede un aumento del personale. Si tratta, in primis, di utilizzare tutti i docenti a disposizione della scuola, in forma di organico curricolare, di sostegno, di potenziamento, secondo una logica di insegnamento cooperativo. Non possiamo dimenticare che gli insegnanti di sostegno sono effettivamente “contitolari” della classe, e possono quindi assumersi la responsabilità didattica complessiva di un piccolo gruppo di apprendimento in cui sia incluso l’allievo con disabilità. La strada maestra per un’inclusione efficace consiste nel lavorare sul contesto: è l’intero gruppo docente che deve farsi carico e collaborare attivamente perché nessun alunno sia lasciato indietro.

Si potrebbe poi prevedere l’assunzione di supplenti temporanei esclusivamente per il tempo necessario. Infine si può ricorrere ad operatori del terzo settore, certamente qualificati. I comuni possono essere i promotori di un PATTO per una comunità educante plurima tra scuola, agenzie educative, cooperative competenti, attraverso la cooperazione, la condivisione e coprogettualità. E, nel contempo, possono fornire agli operatori esterni alla scuola la tutela sul piano delle responsabilità in vigilando.

A lungo termine dobbiamo dire definitivamente addio alla riduzione progressiva d’organico, che ha penalizzato la scuola negli ultimi due decenni.

5. Il problema penale:

una didattica con alunni che si muovono negli spazi del territorio e della scuola deve portare con sé un atteggiamento diverso, di tutta la società, verso possibili infortuni e malattie degli allievi.

Nell’immediato sarà necessario prevedere una speciale tutela legale per i docenti costretti ad assumersi la responsabilità di accompagnare i propri alunni in contesti extrascolastici, con il rischio di incappare in quegli incidenti che spesso accadono in modo imprevedibile nonostante un’attenta vigilanza.

Nel lungo periodo invece sarò opportuno riflettere sulla necessità di educare, sin dalla primissima infanzia, i bambini alla responsabilità, all’autocontrollo e all’autoregolazione dei propri comportamenti, aiutandoli a prefigurare le conseguenze dei propri atti. In Italia si punta quasi esclusivamente sul controllo degli adulti, sull’attenzione quasi maniacale ai possibili pericoli nel contesto, piuttosto che sull’educazione all’autonomia e alla responsabilità, che sono le dimensioni che caratterizzano l’agire competente.

6. Le risorse invisibili:

sono quelle che consentono agli insegnanti di mettere in campo la propria professionalità, la capacità di essere resilienti e di trovare soluzioni efficaci anche quando cambiano gli scenari”.

I docenti devono poter contare su una buona formazione iniziale e su attività continue di formazione e informazione per ripensare e riprogettare il loro modo di fare scuola ed affrontare in modo adeguato le sfide vicine ma anche quelle che si prospettano con i profondi cambiamenti prevedibili nei prossimi anni.

La previsione dovrebbe essere quella di trasformare le scuole in centri di ricerca, dove gli insegnanti possano lavorare in modo cooperativo, e, con l’appoggio di esperti e tutor provenienti da sedi scientifiche, universitarie, associative e professionali ma anche dal mondo della scuola, mettere in campo una virtuosa circolarità tra ricerca, formazione, pratica didattica, riflessività professionale, per elaborare, nel rispetto delle indicazioni, curricoli sensati per il proprio territorio e per i propri alunni.

7. il ruolo dei genitori

deve essere valorizzato, affinché diventino, piuttosto che un problema, un antagonista, un ostacolo, una risorsa per la scuola, coinvolgendoli in progetti condivisi di collaborazione con gli insegnanti e di proposte culturali extrascolastiche per alunni e genitori stessi.


Pubblicato su L’Adige di giovedì 16 luglio 2020

IL SETTIMO GIORNO ALL’ECOLOGIA

di Andreas Fernandez –

In questi giorni continua a tenere banco la decisione della giunta provinciale di chiudere gli esercizi commerciali le domeniche e i giorni festivi – disegno di legge 58 del 19 giugno 2020. Una scelta a cui si sono subito opposti sia i principali organismi di rappresentanza delle imprese del territorio: Confcommercio, Confesercenti e Federazione trentina della cooperazione, sia le forze politiche più liberali. Mentre alcuni sindacati hanno trovato un alleato inatteso nella giunta provinciale a trazione leghista, spingendosi ad affermare che “il centro destra ha fatto in poche settimane quello che il centro sinistra non ha saputo fare in 20 anni”.

Al netto delle argomentazioni che riguardano la tutela delle lavoratrici e dei lavoratori e la loro qualità della vita, come figlio di commercianti sul lago di Garda e reduce come tutti dal lockdown, all’inizio confesso di aver fatto fatica a valutare come prioritaria la questione della chiusura domenicale. Soprattutto considerato che tutte le provincie limitrofe terranno i negozi aperti e che l’e-commerce non conosce sosta.

Eppure, se ci si ferma a riflettere, potrebbe essere un modo per rallentare l’armata a favore del consumo superfluo, che genera spreco e ingiustizia. L’emergenza climatica incombe e sono davvero le ultime occasioni per trovare soluzioni concrete in grado di cambiare la direzione del nostro futuro. Negli scorsi mesi abbiamo sperimentato la paura che provoca una pandemia, con la nostra città deserta e l’angoscia di non sapere come venirne fuori. In tanti erano convinti che avremmo capito che si può vivere bene con l’essenziale e speravano di tornare fra le vie del centro e avere aria pulita e una vita meno frenetica. Ma è ormai chiaro che si trattava di un’illusione sconfitta dalla cultura consumistica dell’attuale mercato.

l’orso acrobata di Calliano

Il lockdown ha permesso alla natura di respirare; tutti abbiamo visto le immagini comparate del satellite Copernico (ESA) sulla diminuzione delle emissioni Co2 e delle polveri sottili; le immagini della fauna che si riappropriava dei nostri centri abitati hanno riempito i nostri social e le pagine dei giornali; la limpidezza delle nostre acque interne ci è sembrata miracolosa. Il Covid-19 ci ha costretti a rallentare e sempre più studi trovano correlazioni fra la pandemia e la crisi climatica e ambientale che ci minaccia da tanto tempo e che ci riserverà altri drammi se non invertiamo la rotta. 

Il comune di Trento ha dichiarato l’emergenza climatica a fine ottobre 2019, ma poco è stato fatto da allora e l’inerzia della maggior parte delle forze politiche sembra non essere adatta a fronteggiare questa emergenza. Si moltiplicano in questi giorni, infatti, delle proposte anti-ecologiche: dai drive-in ai consumi di suolo per appetiti ancora non ben definiti, fino alle domeniche aperte.

L’obiettivo di attivare pratiche di conversione ecologica non deve avere colore politico, deve essere una priorità collettiva. Perché come dicevano i nativi americani, l’ambiente lo abbiamo preso in prestito dai nostri figli, non l’abbiamo ereditato dai nostri genitori.

Pubblicato su Trentino di giovedì 16 luglio 2020

DOPO IL VIRUS UN’ECONOMIA CIRCOLARE

di Alessandro Franceschini

Quando, all’apice della pandemia causata dal Coronavirus, il sistema della produzione mondiale si è per la prima volta nella storia post-industriale del mondo «fermato», abbiamo avuto l’opportunità unica di guardare il nostro modello fondato sull’economia lineare con occhi disincantati. E di poter immaginare, con più facilità, altri possibili scenari.

L’economia così detta «lineare», ereditata dal sistema produttivo capitalistico-borghese, è stata il modello su cui è stato costruito il nostro stile di crescita e sviluppo negli ultimi due secoli. Essa deriva, com’è noto, da un’idea dello sviluppo privo di limiti, e si fonda sull’assunto che le risorse naturali usate come materie prime nel processo produttivo siano infinite e che il pianeta Terra possa avere un’altrettanta infinta capacità di assorbire e smaltire i rifiuti e gli scarti che quotidianamente il nostro sistema di consumo produce.

In realtà fin dai primi anni Settanta – pensiamo al documento, attualissimo, del Club di Roma, «I limiti dello sviluppo», del 1972 – abbiamo la consapevolezza scientifica che un siffatto sistema produttivo abbia il fiato «corto» sul «lungo» periodo. Oggi non abbiamo solo delle ipotesi di previsione, come allora, ma dei riscontri numerici impressionanti: ogni anno vengono prodotti nel mondo 1,3 miliardi di tonnellate di rifiuti solidi. Nello steso periodo si producono 125 milioni di tonnellate di materie plastiche che nell’80% dei casi diventano rifiuti. In realtà, buona parte di questi «scarti» potrebbero essere nuovamente trasformati in «materie prime» grazie alla raccolta differenziata, oramai in grado di raggiungere quote significative in molte parti del mondo industrializzato, facilitando in questo modo l’implementazione di una nuova «economia circolare».

Le parole d’ordine di questo modello sono, per l’appunto, «ripara», «riusa» e «ricicla». E non si tratta di slogan ideologici: uno studio della Commissione europea ha dimostrato come la prevenzione dei rifiuti, la progettazione ecocompatibile e il riutilizzo dei materiali possano generare dei risparmi netti alle imprese per 600 milioni di euro, oltre che contenere le emissioni di gas serra nell’atmosfera per una percentuale tra il 2 e il 4 percento.

Reintrodurre i beni che hanno terminato il loro servizio all’interno del ciclo produttivo, per generare così ulteriore valore, è uno degli obiettivi a cui possiamo tendere con decisione nella fase di riavvio della macchina-mondo dopo la fine della grande pandemia. Perché non si tratta solo di una questione di opportunità economica: ridurre il consumo di materie prima significa risparmiare le emissioni di anidride carbonica necessarie alla loro estrazione e creare una «riserva» per il futuro, visto che la popolazione mondiale continua a crescere e con essa il bisogno di beni e prodotti.

Per raggiungere questi obiettivi occorre mettere in campo delle politiche di produzione molto rigorose, cha partano, tan-to per dire, dalla progettazione del prodotto stesso, che deve essere pensato già nella sua fase post-utilizzo (ad esempio, nella facilità nel separare le sue componenti fisiche); oppure, nell’utilizzo delle energie alternative a quelle fossili nel pro-cesso di produzione. Tutto questo può essere raggiunto grazie ad un atteggiamento eco-sistemico: ovvero un approccio at-tento a tutte le fasi della vita del prodotto che deve essere concepito, alla fine del suo utilizzo, come un valido sostituto delle materie prime: insomma un vero e proprio «carburante» in grado di entrare nuovamente nel ciclo di produzione, risparmiando così materie prima, energia, nuovi rifiuti: in una parola, risparmiando la cosa più preziosa che abbiamo: l’ambiente.

Pubblicato su Trentino di Martedì 30 giugno_2020

NON C’E’ PIU’ TEMPO

di Andreas Fernandez –

Anche per Trento e il Trentino non c’è più tempo. L’emergenza climatica incombe e sono davvero le ultime occasioni per agire e cambiare la direzione del nostro futuro. È arrivato il momento di provare a riparare il mondo, direbbe Alex Langer.
Negli scorsi mesi abbiamo sperimentato lo spavento che provoca una pandemia, con la nostra città deserta e l’angoscia di non sapere come uscirne. Qualcuno era convinto che avremmo capito che si può vivere bene con l’essenziale; tanti hanno dato spazio alla solidarietà e altri ancora speravano di tornare fra le vie del centro e avere aria pulita e una vita meno frenetica. Ma l’esercito a favore del consumo superfluo, che genera spreco e ingiustizia, è potentissimo rispetto alla forza di chi si impegna per un altro mondo possibile.


È ormai chiaro che il pensiero di un regime di vita diverso, più sobrio, è di nuovo sottomesso dall’ipocrisia di un eterno presente che “va come va”, basato sulla cultura consumistica dell’attuale mercato. Ciò che non è chiaro, invece, è il motivo per cui facciamo così tanta fatica a metterci in zucca che la pandemia di Covid-19
è un effetto della crisi climatica e ambientale, che ci minaccia da tanto tempo e che ci riserverà altri drammi.

Photo by Markus Distelrath on Pexels.com

C’è solo un modo per affrontare questa crisi e si chiama “conversione ecologica”, la quale rimanda al cambiamento degli stili di vita e al cambiamento interiore delle persone, che non può essere imposto ma deve essere socialmente desiderabile. Ce lo diceva Langer più di un quarto di secolo fa, lo ha ribadito Bergoglio con la Laudato si’, documento di ecologia integrale di grande valore, che proprio in questi giorni compie cinque anni. E allora, perché non far partire la conversione ecologica qui, in Trentino, con concretezza. Nell’ultimo periodo non siamo stati propriamente un modello da seguire, come eravamo abituati ad esserlo con umile orgoglio; l’eufemismo dice che la nostra Autonomia abbia un po’ segnato il
passo. Diamole nuovo smalto e rialziamoci con un’utopia concreta!


In autunno – non si sa ancora quando – si voterà nei più grandi centri del Trentino. Perché non impegnare la politica locale a un vero progetto di conversione ecologica? Affinché sia un progetto praticabile, ma al
tempo stesso radicalmente alternativo allo stato di cose esistente, i processi vanno accompagnati a tutti i livelli. I nuovi o riconfermati sindaci potrebbero, ad esempio, prevedere nei loro comuni gli “Assessorati alla conversione ecologica”, con la fondamentale funzione trasversale di incentivare, supervisionare e verificare che i processi siano ecologicamente i più sostenibili, anche nelle attività degli altri assessorati. A cascata, questo modo di fare le cose, potrebbe essere implementato nelle altre istituzioni, nelle aziende, nelle organizzazioni del Terzo settore e così via; dove si potrebbero creare in modo atonomo piccole
commissioni o gruppi di lavoro che si propongono esclusivamente l’obiettivo di attivare pratiche di conversione ecologica, concrete e misurabili come: risparmio di energia, riduzione degli sprechi, riutilizzo e riciclo dei materiali, utilizzo di prodotti di origine naturale etc. Dalla società civile sono già arrivati segnali
incoraggianti, come le 14.980 firme raccolte per trasformare la nostra intera Provincia in un Biodistretto.

Pubblicato su l’Adige di domenica 21 giugno 2020

LA LOTTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO E LA CENTRALITA’ DELLE POLITICHE PUBBLICHE: I CARIDINI PER LA RIPARTENZA

di Jacopo Zannini

La crisi del Coronavirus che ci siamo trovati ad affrontare ha richiesto un impegno straordinario di tanti. La disoccupazione, la crisi economica chiedono oggi un ulteriore forzo collettivo per superare un’emergenza che viviamo tutt’ora.

Oltre al virus altri gravi pericoli ci minacciano: il principale è quello climatico accompagnato dal consumo delle risorse del Pianeta, amplificati dalle disuguaglianze sociali. Oggi vanno messe al centro politiche e investimenti utili per combattere il cambiamento climatico.

Diventa sempre più urgente la necessità di un piano per il risparmio energetico in tutti i settori con risorse e provvedimenti utili al settore industriale e ai piccoli artigiani. Serve dare più spazio alle energie da fonti rinnovabili e agli investimenti sui trasporti sostenibili: dalle piste ciclabili al trasporto merci su ferro. Occorre premere l’acceleratore sull’economia circolare (settore ad alta potenzialità di occupati) e su nuove filiere del recupero.

Photo by Stephen Meyers on Pexels.com

Bisogna rinunciare invece ad investimenti che non abbiano chiaro valore di utilità collettiva e che si sono già dimostrati di difficile attuazione per gli impatti e il rischio economico (è il caso delle autostrade vedi Valdastico..).

Centrale deve essere anche la riflessione sull’agricoltura. Servono quindi interventi con politiche dei giusti prezzi per i produttori, accompagnati in modo indissolubile con tutele adeguate ai lavoratori e alla sostenibilità ambientale.

Occorre inoltre una riflessione sul ruolo dei servizi pubblici e dei beni comuni. La crisi del Cornonavirus ha messo in evidenza la centralità del sistema pubblico nei momenti di difficoltà, è quindi fondamentale garantire presidi territoriali con servizi efficaci.