Inondazioni e allagamenti: quale rapporto con i nostri fiumi.

di Renata Attolini

Siamo stati tutti con il fiato sospeso a controllare la piena del fiume Adige, i più anziani ricordando la tragica alluvione del 1966; i più giovani richiamando alla mente la tragica esperienza di Vaia; tutti consci del ripetersi troppo frequente di eventi meteorologici catastrofici.

Al tempo di Vaia, l’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini disse: “Troppi anni di incuria e malinteso ambientalismo da salotto che non ti fanno toccare l’albero nell’alveo ecco che l’alberello ti presenta il conto”. Alcuni suoi compagni di partito, tra i quali Giorgetti (allora sottosegretario alla presidenza del consiglio dei ministri ) e Fedriga (presidente della regione Friuli Venezia Giulia), per concretizzazione la sua boutade, presentarono una proposta di legge (n. 260 del 23 marzo 2018) per promuovere quella che definivano la pulizia degli alvei.

Per quanto riguarda la vegetazione delle rive, nelle nostre province, viene costantemente rimossa e limitata. I tronchi che vengono trasportati dalla corrente e che si accumulano vengono dai boschi; alberi caduti per cause diverse, dal vento alla vecchiaia, non certo dall’incuria delle rive.

La cosiddetta “pulizia degli alvei”, invece, è un’espressione infelice che parte dal presupposto completamente errato che un fiume sia “sporco” se contiene vegetazione e sedimenti. In realtà, dragare i fiumi e rimuovere la vegetazione dall’alveo non è una buona idea per varie ragioni.

Ausblick von der Seilbahn Funivia Trento – Sardagna auf den Fluss Etsch, Fiume Adige – panoramio – [qwesy qwesy] – rilasciata sotto licenza (CC BY 3.0)

In primis a parità di livello aumenta la velocità della corrente mettendo a repentaglio le strutture in alveo, come le pile dei ponti. Stando alle più comuni leggi dell’idraulica, la velocità del flusso (per semplificare diciamo “nella direzione in cui va il fiume”) è proporzionale alla radice della profondità, quindi più è profondo il fiume e più è veloce “quando si riempie”.
Questo richiederebbe che i ponti stessi fossero ricostruiti in modo da consolidarne le fondamenta.

Inoltre, rimuovere ghiaia e vegetazione riduce la disponibilità di habitat per gli animali, rendendo il fiume molto più simile ad un canale di irrigazione che non ad un ecosistema vivo.

Togliere materiale in certe zone del fiume può essere utile solo dopo le piene, dove si formano grandi accumuli poco naturali, ma a regime il fiume va lasciato in pace e i sedimenti vanno mantenuti.
Da anni, a tutti gli ingegneri idraulici di qualsiasi ateneo del mondo, si insegna che la continuità dei sedimenti è una risorsa per i fiumi e che le interruzioni (dighe, sbarramenti e prelievi) della stessa costituiscono un problema sia per l’ecosistema fluviale che per le infrastrutture costruite dall’uomo. Ad esempio, uno studio dell’Autorità di Bacino dei fiumi dell’Alto Adriatico in collaborazione con l’Università degli Studi di Firenze, pubblicato nel 2003 sulla rivista internazionale Geomorphology, dimostra che dagli anni 50 ad oggi l’interruzione della continuità dei sedimenti nei fiumi italiani, causata dai prelievi di ghiaia e dalle dighe, ha portato ad un’incisione degli alvei dell’ordine 3-4 metri con picchi di oltre 10 metri e ad un restringimento della sezione attiva di oltre il 50% in quasi tutti i casi. Questo ha portato all’esposizione delle fondamenta delle pile di molti ponti rendendoli insicuri.

Una visione completamente errata dei fiumi ci ha portati ad innalzare gli argini in certe zone facendone allagare altre. Secondo questa visione i problemi legati ai fiumi vengono affrontati senza tenere presente che un corso d’acqua si snoda dalla sorgente alla foce e che è un sistema continuo che non può essere frammentato, perché ciò che succede in un punto ha ripercussioni a monte ed a valle.

È giunta l’ora di costruire una prospettiva di ampio raggio sia spaziale che temporale, considerando il fiume nel suo insieme e ripensando le città e le aree attigue al corso d’acqua. In Alto Adige questo sta già succedendo, gli interventi sono possibili ed i vantaggi sono indubbi. Provare per credere.

Renata Attolini

Quale ritorno per la nostra scuola

di Renata Attolini

Settembre si avvicina e ancora non sappiamo con precisione se e in che modo milioni di bambini e ragazzi torneranno a scuola.

La scuola è la risorsa imprescindibile per formare i futuri cittadini alla democrazia partecipata e alla cura di ciò che è loro vicino (gli affetti, l’ambiente, la cultura, gli spazi pubblici), ma per assolvere in modo adeguato a questo compito, la scuola deve essere sorretta da un progetto politico forte e da adeguate risorse finanziarie.

Purtroppo l’Italia, fino ad oggi, ha destinato all’istruzione solo il 6,9% della spesa pubblica, collocandosi incredibilmente da più anni all’ultimo posto, fra i 37 paesi dell’Ocse.

Oggi, in particolare, ogni istituto dovrebbe poter disporre di risorse significative, tempestive ed adeguate per:

a) far fronte a tutte le problematiche di sicurezza e di prevenzione;

b) arricchire le proprie dotazioni di arredi, attrezzature, tecnologie, connessioni;

c) compensare il maggior lavoro che si prospetta per tutti gli operatori;

d) realizzare attività di informazione e formazione in servizio sia sui protocolli sanitari e di sicurezza che sugli aspetti organizzativi e sulle innovazioni didattiche possibili.

Rispetto a questo ultimo punto, resiste ancora, in Italia, un’immagine di scuola separata dal territorio socio-culturale di cui è servizio formativo; una scuola che utilizza la moneta fuori corso dei rituali didattici (lezione frontale, libro di testo, interrogazione), non spendibile nella vita di tutti i giorni, perché fornisce all’alunno solo una serie di nozioni scollate fra loro.

È una scuola che non tiene conto del fatto che le conoscenze, sono relative e provvisorie, messe costantemente in crisi dai rapidissimi cambiamenti in ogni campo del sapere, e che i ragazzi sono bombardati da miliardi di informazioni da agenzie di conoscenza alternative, a cui la scuola deve saper dare ordine e senso.

È una scuola che si richiama ancora al programma, che non esiste più, soppiantato, già dal 2012,da indicazioni provinciali e nazionali, che invitano ad abbandonare l’idea di un sapere enciclopedico, verso un curricolo essenziale che metta al centro i contenuti e gli strumenti fondamentali del conoscere, che promuova processi e metodi per l’apprendimento, che sviluppi competenze per la vita.

Dobbiamo ora fare in modo che quello che è un problema diventi un’occasione per affrontare finalmente i nodi irrisolti della scuola.

1. La didattica online:

in questi mesi, per moti insegnanti, la didattica a distanza è stata solo una trasposizione della lezione frontale, dalla cattedra alla rete on line, secondo il solito copione stantio: spiego/studi/interrogo/valuto.

Solo i docenti che già seguivano percorsi di didattica attiva hanno saputo utilizzare questi strumenti in sostegno all’attività di ricerca, sperimentazione, discussione, costruzione delle conoscenze, raggiungimento di competenze.

Nell’era dell’informatizzazione più spinta la scuola deve essere in grado di educare ad un uso critico e consapevole di strumenti (computer, tablet, smartphone) e risorse (software e internet) che rappresentano una possibilità concreta di dare spazio alla ricerca, alla scelta, alla sperimentazione da parte degli alunni. È necessario possedere quegli strumenti ed utilizzarli nella didattica, ricordando che appunto di strumenti si tratta e che quindi non vanno enfaticamente mitizzati come se, da soli, potessero costituire l’innovazione. L’innovazione deve consistere in un profondo cambiamento della didattica, sia essa in presenza che online, che abbandoni definitivamente l’idea di riempire le teste di nozioni, per imparare a fornire ai ragazzi la capacità di imparare a conoscere in modo critico, consapevole, autonomo, collaborativo, di imparare ad imparare;

2. Gli spazi:

la ripartenza a settembre impone l’utilizzo di spazi fisici maggiori rispetto all’esistente. Si dovranno utilizzare in maniera più flessibile e razionale i corridoi e gli atrii, i refettori e le palestre, le biblioteche e i laboratori, anche per le normali attività d’aula.

I comuni dovranno fare una ricognizione attenta del patrimonio edilizio scolastico per individuare gli spazi disponibili e per renderli funzionali, dovranno prevedere interventi di edilizia leggeri e intelligenti in spazi adiacenti e/o limitrofi all’edificio scolastico, dovranno reperire ulteriori spazi disponibili nelle città. Tutta la città deve trasformarsi in una grande aula didattica aperta, il luogo in cui gli allievi prendono conoscenza del loro territorio e delle proposte culturali che vi si incontrano, riportano in classe le esperienze e le rielaborano in conoscenza formale e disciplinare.

Ma serve anche un progetto a lungo termine per predisporre il ripristino e la messa in sicurezza dell’esistente, per ripensare gli spazi delle scuole perché le nuove generazioni possano vivere in ambienti decorosi, pensati per loro, funzionali allo sviluppo armonico dei talenti, alla cooperazione, al laboratorio.

Vorremmo creare spazi in cui i bambini e i ragazzi possano abitare con il loro corpo e le loro menti, dove si stimoli lo spirito esplorativo e di sperimentazione; spazi duttili, componibili e multifunzionali per potersi adattare meglio agli itinerari didattici che si andranno a delineare e alle esigenze degli studenti, al loro bisogno di personalizzazione e di cooperazione, alle attività di laboratorio, dentro e fuori dalle mura della scuola.

3. L’orario:

l’esigenza di mettere in campo un’organizzazione didattica più flessibile, che consenta la realizzazione di gruppi di apprendimento di dimensioni ridotte, avrà l’indubbio vantaggio di facilitare una didattica personalizzata, più attenta ai bisogni specifici degli alunni, ai diversissimi tipi di apprendimento.

Nel contempo sarà necessario rivedere definitivamente l’orario scolastico, non certo per ridurlo e comprimerlo, ma per distribuirlo nell’arco della giornata, per una scuola che, avendo a disposizione più tempo, realizzi occasioni formative più ricche ed appaganti e garantisca tempi distesi per gli apprendimenti, alternando momenti di studio con attività di indagine, manipolazione, espressione, momenti di attività sociale, sviluppo di esperienze opzionali e a scelta dei ragazzi.

4. Il personale:

lavorare con piccoli gruppi e adottare un tempo scuola disteso, richiede un aumento del personale. Si tratta, in primis, di utilizzare tutti i docenti a disposizione della scuola, in forma di organico curricolare, di sostegno, di potenziamento, secondo una logica di insegnamento cooperativo. Non possiamo dimenticare che gli insegnanti di sostegno sono effettivamente “contitolari” della classe, e possono quindi assumersi la responsabilità didattica complessiva di un piccolo gruppo di apprendimento in cui sia incluso l’allievo con disabilità. La strada maestra per un’inclusione efficace consiste nel lavorare sul contesto: è l’intero gruppo docente che deve farsi carico e collaborare attivamente perché nessun alunno sia lasciato indietro.

Si potrebbe poi prevedere l’assunzione di supplenti temporanei esclusivamente per il tempo necessario. Infine si può ricorrere ad operatori del terzo settore, certamente qualificati. I comuni possono essere i promotori di un PATTO per una comunità educante plurima tra scuola, agenzie educative, cooperative competenti, attraverso la cooperazione, la condivisione e coprogettualità. E, nel contempo, possono fornire agli operatori esterni alla scuola la tutela sul piano delle responsabilità in vigilando.

A lungo termine dobbiamo dire definitivamente addio alla riduzione progressiva d’organico, che ha penalizzato la scuola negli ultimi due decenni.

5. Il problema penale:

una didattica con alunni che si muovono negli spazi del territorio e della scuola deve portare con sé un atteggiamento diverso, di tutta la società, verso possibili infortuni e malattie degli allievi.

Nell’immediato sarà necessario prevedere una speciale tutela legale per i docenti costretti ad assumersi la responsabilità di accompagnare i propri alunni in contesti extrascolastici, con il rischio di incappare in quegli incidenti che spesso accadono in modo imprevedibile nonostante un’attenta vigilanza.

Nel lungo periodo invece sarò opportuno riflettere sulla necessità di educare, sin dalla primissima infanzia, i bambini alla responsabilità, all’autocontrollo e all’autoregolazione dei propri comportamenti, aiutandoli a prefigurare le conseguenze dei propri atti. In Italia si punta quasi esclusivamente sul controllo degli adulti, sull’attenzione quasi maniacale ai possibili pericoli nel contesto, piuttosto che sull’educazione all’autonomia e alla responsabilità, che sono le dimensioni che caratterizzano l’agire competente.

6. Le risorse invisibili:

sono quelle che consentono agli insegnanti di mettere in campo la propria professionalità, la capacità di essere resilienti e di trovare soluzioni efficaci anche quando cambiano gli scenari”.

I docenti devono poter contare su una buona formazione iniziale e su attività continue di formazione e informazione per ripensare e riprogettare il loro modo di fare scuola ed affrontare in modo adeguato le sfide vicine ma anche quelle che si prospettano con i profondi cambiamenti prevedibili nei prossimi anni.

La previsione dovrebbe essere quella di trasformare le scuole in centri di ricerca, dove gli insegnanti possano lavorare in modo cooperativo, e, con l’appoggio di esperti e tutor provenienti da sedi scientifiche, universitarie, associative e professionali ma anche dal mondo della scuola, mettere in campo una virtuosa circolarità tra ricerca, formazione, pratica didattica, riflessività professionale, per elaborare, nel rispetto delle indicazioni, curricoli sensati per il proprio territorio e per i propri alunni.

7. il ruolo dei genitori

deve essere valorizzato, affinché diventino, piuttosto che un problema, un antagonista, un ostacolo, una risorsa per la scuola, coinvolgendoli in progetti condivisi di collaborazione con gli insegnanti e di proposte culturali extrascolastiche per alunni e genitori stessi.


Pubblicato su L’Adige di giovedì 16 luglio 2020